martedì 9 febbraio 2021

Bongo

Ero lì anche alla sua prima volta, 
dietro la fabbrica dei martelli elettrici, 
io li aspettavo seduto nella panchina del viale
e loro stavano in piedi contro il muro bruzzoloso 
e quando si salutarono lei andò via per il cancelletto dei Zoccolanti 
noi facemmo il giro per di sopra
ad un certo punto vedo che gli viene giù un pisciarello di sangue da una mano
“Ma com’è che sanguini?” “
Và?! Non m’ero accorto, è perché il muro le faceva male nella schiena
e allora c’ho messo le mani”
E anche nell’altra mano si vedevano le nocche tutte scorticate
“Adesso cosa gli dico a mamma”
Eravamo ancora bambini 
Nell’orto della casa vecchia aveva un giuggiolo 
e alla fine dell’estate eravamo sempre lì sotto  a riempirci la pancia
e a sputare gli ossi  dentro un urinale smaltato bianco
con una riga blu sul bordo che era ormai in disuso da anni 
e come tutte le cose di famiglia era un peccato buttarlo
il gatto s’avvicinava e noi allora lo prendevamo a bersaglio
e lui scappava di corsa che pareva gli facevano schifo gli ossi sputati.
Eravamo ben coscienti allora di sprecare il nostro tempo
mentre oggi il solo ricordo mi fa credere che
fosse il tempo meglio impiegato di tutta la vita.
Era il più grande allenatore di tutti i tempi, 
ha tirato su tutti i giovani dal ’70 in poi e tutti si ricordano del mister Bongo
e l’ha fatto solo per passione e tutti quei ragazzi lo sapevano
e gli volevano un bene dell’anima.
Mai una volta che avesse inveito contro l’arbitro, 
solo una volta quando tre giocatori cascano in area,
l’arbitro fischia e lui gli grida “Perché?” 
L’arbitro risponde “Gioco pericoloso”
E lui “ Ma se hanno inciampato per terra, tutt’al più sarà gioco pericolante”
E’ passata alla storia.
Quando tutti tre si stava al caldo a discorrere in macchina gli
mettevo in ordine le ricevute del parchimetro,
son sicuro che quando scendevamo lui le mischiava  come un mazzo di carte
per farmele rimettere a posto la settimana dopo;
“Perchè non le butti via? Manca quella di giovedì,  
non sei stato in piazza giovedì?”
“Ma fatt’i cazzi tua… sono andato a fare una visita  
per il morbo di Dupuytren che c’ho il mignolo piegato”
S’andava in camporella in compagnia sul monte Catria
e un giorno lo vedo davanti a me che sbandava e quasi finiva nel fosso,
lo schivo per miracolo, lo supero e quando scendo 
dalla macchina lui era già fuori
“Che cazzo fai?”
“Niente, niente tranquillo non è successo niente” 
poi capisco “Ma Dio bono, fra 5 minuti siamo arrivati!”
“Allora? Te ne frega qualcosa se io m’avvantaggio?” 
“Perché ti sposi con lei?”
“Perché sennò il padre e il fratello m’ammazzano, 
son dieci anni che siamo insieme
e poi della compagnia  siam rimasti solo noi due, chi devo sposare?!”
“A me mi sta sul cazzo, quella ti porta via dal paese e ti rovina la vita”
La vita non me l’ha rovinata ma dal paese siamo andati via.
Son tornato per toglierti dalla piazza che era diventata un obitorio, 
sei venuto via leggero quasi aspettassi che arrivassi a portarti via, 
abbiamo cominciato il gioco dove uno diceva una parola 
e l’altro rispondevo come una vita fa,
ci controllavamo per vedere quanto c’eravamo persi 
e eravamo felici nel vedere che niente s’era perso nel ricordo,
nella ironia di un commento a volte maligno
“Son preoccupato” “Di cosa” “Ci divertiamo troppo”.
Sti ultimi tempi s’andava a mangiare in campagna dal Bociolo
un piatto di pasta una insalatina e un bicchiere di Arneis il tuo preferito,
solo noi tre dicevi ed era un noi che non era inclusivo,
era il noi che escludeva tutti gli altri. 
“Oh Pà (e già se mi chiamava per nome vuol dire che era cosa seria)
st’ultimo mese son calato 5 chili e non sto bene per niente”
100 giorni, solo 100 giorni.
La sera alle nove e mezza m’ha chiamato il Bociolo 
che di solito a st’ora è già a letto
e quando ho visto il nome sul telefono m’ha preso un colpo 
e adesso son qui che penso a noi alle femmine,
alle gite a cercare il vino in Piemonte, Friuli, 
alla fregatura nel Lazio, sul Garda o nella bassa Marca, 
s’andava a zonzo per i paesi facendo finta d’esser sobri
e invece a forza di assaggi si viaggiava leggeri 
che la gravità ci faceva un baffo.
Uno dava una pacca nel sedere alla Leti 
e quando lei si girava l’altro gli metteva le meni nelle tette
“Questa è maleducazione bella e buona!”
“Bella e bona sei te!” e l’abbracciavamo sicuri che fosse felice
e infatti lo era perché a noi due era concesso tutto. 
Posso andare avanti per anni a scrivere  
le stupidaggini che abbiamo fatto insieme, 
bastava un’occhiata a capirsi e spesso manco quella, 
uno partiva e l’altro sapeva già dove s’aveva d’arrivare. 
“Non te lo volevo dire ma iersera ho baciato la Giannetta”
“Sei un maniaco con tutte quelle che ci sono in giro 
proprio a lei devi rompere l’anima”
“Manco c’avesse la rogna, sempre femmina è”. 
Alla parata del 2 giugno mentre s'accingeva a sfilare 
passa il Bociolo ritto sulla torretta del nuovo carrarmato Leopard, 
lo chiama urlando “Bongoooo”
appena lo vede fa fare il presentat arm al plotone, gridando
"Onore al Bociolo!"
C'è voluto uno zio monsignore a risparmiargli la galera a Gaeta.
Prima di star male era ingrassato parecchio,
si giustificava dicendo che viveva salutevolmente
mangiando con fervido slancio, aveva una memoria di ferro
per le frasi ad effetto che leggeva in chissà quali libri.
Sono stato a trovarlo una volta sola 
e ho capito che si vergognava a farsi vedere in quello stato
in tutta la mattinata l’unico sorriso 
l’ha avuto per la nipotina che lo stuzzicava.
L’ho visto sconfitto senza aver lottato
lui che da terzino della lotta ha fatto una ragione di vita
una lotta spesso impari che andava comunque fatta 
per portare a casa una partita o per salvare l’onore
e quando la partita è diventata la sua gli son mancate le forze.
Questa cosa è stata la più dolorosa,  
saperlo guerriero e non vederlo combattere
un Galata morente ferito nell’anima, non ho sopportato quella vista
e l’ho salutato come non mi fossi accorto della sua resa
una finzione stupida che lui ha capito benissimo,
avrei voluto piangere ma è inumano piangere di fronte a uno che muore,
il Bociolo mi ha preso sottobraccio e è uscito con me
gli ho detto che l’ho odiato per quanto bene gli abbia voluto,
lui m’ha risposto che ancora una volta ci prende per il culo,
se ne va da lucido per lasciandoci diventare vecchi rimbecilliti.
Gli ho telefonato e ho continuato anche quando non rispondeva
sicuro che vedendo il mio nome sapeva che l’avevo pensato,
a me bastava, non so, forse bastava anche a lui.
Durante la funzione mi son trovato a pensare 
che sarebbe stato meglio fosse toccato a un altro, 
ecco, a lui per esempio, perché non a quello lì o questo qui dietro
che c’hanno anche un anno in più?
Ho provato fastidio della vita della gente che mi stava intorno, 
avrei voluto dirglielo che lui aveva diritto di vivere più di loro,
ed è lì che ho maturato l’idea che non sarei più tornato in paese
che adesso mi pare più desolato d’una stazione di treni vuota
e anche se ogni tanto mi tocca faccio i vicoli e rasento i muri.
Mentre scrivo mi accorgo che faccio fatica a focalizzare i ricordi da adulti,
è come se lui si fosse fermato all’ultima battuta
facendo ridere tutti quanti e a me fosse lasciato il compito
di continuare il resto della vita dai nostri vent’anni in poi
un incarico che mi procura un senso di colpa
come se a lasciarlo andar via fossi stato io.
Il Bociolo mi chiama e si lamenta perché nel telefono
gli hanno messo un gruppo di numeri preferiti
e quando mi telefona legge anche il suo nome
e non ha il coraggio di cancellarlo,
adesso ha imparato a mandare messaggi
“ A cosa pensi?”
“Vaffanculo Bociolo, fatti i cazzi tua”.
“Sai cosa penso io invece?
che la salute a cui teniamo più della nostra è quella degli amici
voglio dire che avrei preferito star male io piuttosto che perdere lui”
“ Ecco, adesso che ti sei scoperto filosofo
stai buono per altre due settimane così sto bene anch’io”
Mi accorgo che sento più la sua mancanza oggi
che la sua presenza quando c’era.

A volte penso che quando toccherà a me  avrò meno interesse a star qui
e andrò via più a cuor  leggero.


sabato 9 gennaio 2021

Gavriel


Uno può pensare che il posto più normale per conoscere un chirurgo

sia un ospedale e sarebbe un peccato dargli torto

e difatti a Gavriel è proprio lì che l’ho conosciuto,

ma non nelle sale delle funzioni professionali ma nel bar;

ero seduto a prendere un caffè e lui mi ha chiesto se poteva sedersi

ho alzato la testa dal kindle e ho visto che gli altri tavoli erano pieni
“Certo” “Grazie”

“Che mestiere fa?“ “Il medico”

“Ma va? Intendevo che medico è, che è dottore si vede dal zinale bianco”

“Chirurgia. Lei perché è qui”

E allora si comincia a discorrere, poi a ora di pranzo

ci si ritrova nel ristorantino appena fuori dall’ospedale.

Ci si incontra per qualche giorno all’ora del caffè e all’ora di pranzo

 e gli prometto una uscita in barca per la domenica dopo.

La gente si incontra ma non si trova e invece pare che noi ci si sia trovati

si direbbe empatia che è una parola venuta fuori sti ultimi anni

che certo c’era da parecchio ma oggi la dicono anche gli analfabeti

e una volta si diceva che ci si capisce anche con poche parole.

E allora la pizza con signore del sabato sera, uscite in barca,

domenica pomeriggio a casa sua in piscina

e alla via così, “Domenica ti porto a vedere la nostra sinagoga, a proposito anche da voi ce n’è una ma so che è sempre chiusa …”

Si alza a prendere una scatola dalla libreria e poi si siede dietro la scrivania.

“Sono ormai diversi anni che ci conosciamo e mi pare che sia da sempre, c’è una cosa che ho tenuto sempre per me ma ultimamente ho dei dubbi se al momento quel che ho fatto mi sembrava giusto

oggi lo vedo diversamente e … insomma mi pare giusto ragionarci in due”

Apre la scatola e  mi fa vedere un pezzetto di pelle,

un rettangolo un po’ incartocciato, lo guardo, lui me lo gira

e si vedono delle cifre un po’ sbiadite.

“Quando mio padre morì ritagliai questo pezzo di pelle dal suo braccio,

noi siamo ebrei ma lui non era mai stato proprio convinto,

era una via di mezzo tra la tradizione ebraica e l’agnostia,

staccando questo pezzetto volevo tenere per me

la parte di lui che poteva ricordarmi la sua sofferenza maggiore,

certo, potevo fare a meno di questa cosa

ma continuare a vivere sapendo che in questo studio

c’era ancora una parte di lui mi dava più forza

perché, vedi, noi siamo stati altro che padre e figlio,

sono diventato chirurgo perché lo era lui

anche se non ero proprio convinto di fare il dottore

abbiamo passato ore e ore in questo studio a parlare

del nostro lavoro, dei pazienti dei loro malanni e di cosa fare,

a confrontarci e anche a imparare a stimarci,

io riconosco di essere un bravo chirurgo

e per la verità lo riconoscono anche gli altri

ma non sarei stato nessuno se non ci fosse stato con lui

quel legame speciale che ci ha visti uniti in questa professione.

Adesso  ho un’età per la quale penso spesso

se sia giusto che lasci ai miei figli questa incombenza,

trasmettergli cioè il simbolo di una sofferenza causata dall’odio

che potrebbe essere motivo di nuovo odio da parte loro.

Mi chiedo se sia ora di voltare le pagine dell’esperienza

per far si che si possano aprire solo quelle della storia.

Insomma è meglio che i miei figli possano dire

c’era anche mio nonno con la eventualità che possano continuare

a odiare chi ha commesso questi crimini

oppure che leggano quel che è successo dai libri di storia

senza essere coinvolti come discendenti?”

Alza la testa e mi guarda come se adesso io dovessi dare

una risposta immediata mentre io invece sto pensando

 al rapporto che quest’uomo ha avuto col padre

che poi è lo stesso che avrei voluto avere io e magari tanta altra gente

mentre come figlio non ho potuto e come padre non ci son riuscito

e adesso non so che figlio avrei potuto essere

 e soprattutto che padre sono stato

ma alla fine a cosa serve chiederselo e a cosa serve

darsi una risposta se poi non c’è verso che s’arrivi a un rimedio

ammesso che rimediare adesso abbia un senso.

“Senti Gavriel, te mi metti a parte di ste tue faccende

e adesso ti aspetti anche una risposta

che non riuscirebbe a darti un filosofo e la vuoi da me

che ho la terra sotto le unghie, io non lo so che cosa sia giusto,

so però che se la risposta non la trovi da solo non sarà una risposta,

queste cose si capiscono quando ci ragioni senza avere per la testa

altre faccende e intorno altra gente che t’impiccia.

Quando però l’avrai deciso mettila subito in pratica

altrimenti ti rovini la vita dietro a sta roba qui”.

Ormai di tempo n’è passato

lui non me l’ha detto e io non gliel’ho chiesto

quando avrà voglia mi dirà cosa ha deciso,

per adesso si va in barca, in piscina e a mangiar pizze con signore.

domenica 29 novembre 2020

Gioventù italiana


In alto, sul cornicione, con lettere in rilievo c’era scritto
GIOVENTU’ ITALIANA DEL LITTORIO
dopo la guerra avevano staccato “del littorio”
e adesso si leggeva solo “gioventù italiana”
ma il direttore era sempre lo stesso testa di cazzo fascista.
Tra il cancello e l’ingresso ci sono una cinquantina di metri o forse più
ma solo a vedere tutta quella scalinata e quell’edificio così grande
mi prendeva l’angoscia,  se poi c’aggiungiamo
che per la prima volta ero lasciato solo
avevo una nodo alla gola e una roba dentro il petto
che non riuscivo manco a camminare.
Per Zio Claudio era tardi e aveva fretta, mi aveva lasciato al cancello
e mi aveva detto di andare su per quelle scale
che poi la porta l’avrei trovata di sicuro, ce n’era una solo.
“Digli al direttore chi sei che c’ho parlato io e vedrai che ti tratterà bene”
pensai che se ero arrivato fin lì toccava andare avanti e avanti andai
e non mi venne neanche una lacrima
anche perché zio m’aveva detto che ormai ero un uomo
e dovevo cavarmela da solo, una valigetta per mano e via.
“Vedrai che dopo i primi giorni ci starai bene”.
Avevo otto anni e quello era il mio primo giorno di collegio.
 
I primi giorni non finirono mai, ci stetti sempre male
e quell’odore di cucina, di cavoli stracotti e chissà cos’altro
che mi passò dal naso allo stomaco il primo giorno
 lo ritrovai tutte le mattine dei successivi tre anni.
Sentivo la mancanza di casa e nello stesso tempo
maledivo mamma che m’aveva messo lì dentro
e tutte le settimane toccava scrivere a casa
dicendo che si stava benissimo
sennò ti facevano riscrivere la lettera finché
non era fatta come dicevano loro e loro erano le “signorine assistenti”.
La cena della prima domenica fu un piatto con marmellata e stracchino
non avevo mai mangiato quelle due robe insieme,
mangiai solo la fetta di pare
e lasciai lì il piatto senza toccarlo, quando ci si alzò per andar via
La signorina mi disse di mangiarlo e al mio rifiuto chiamò il direttore.
“ A te montanaro t’insegno io come si fa a essere civili”
E fra lui e la “signorina “ mi ammazzarono di botte
e la domenica successiva stesso trattamento
finché non decisero che per la cena della domenica
dovevo andare di nascosto in cucina dove mi facevano
un panino con qualcosa.
Ero pieno di lividi e avevo vinto la mia prima battaglia
ma solo da grande mi resi conto che in quel momento 
avevo imparato ad odiare in un'età in cui si dovrebbe imparare solo ad amare.
Dopo un po’ con qualcuno si diventa amici e io avevo Fabbri
che era compagno di classe e vicino di letto,
qualche volta ci lasciavano in refettorio per aiutare a pulirlo
e succedeva che poi ci davano un pezzo di pane con qualcosa,
una sera che ci diedero pane e mortadella ci mettemmo
tutti due su un letto (non ricordo se il mio o il suo) a mangiarlo.
Quando la mattina ci trovarono addormentati su un letto solo
ci mandarono dal direttore che urlando ci chiedeva
chi avesse fatto la femmina e siccome nessuno dei due rispondeva
arrivavano bacchettate sulle mani a non finire.
Ecco, questo è stato il mio primo approccio col sesso,
botte da orbi!
Per la cronaca mi pare che non ci siano stati significativi miglioramenti
Adesso son qui a scrivere ste cose e pare che voglia emulare
De Amicis col suo libro cuore, no,
sto raccontando solo quel che è successo a me
e francamente non dico nemmeno tutto
perché dentro il collegio le angherie erano davvero tante
e c’erano anche diverse fastidiose preferenze
come quella di dare la fetta di limone dopo l’olio di fegato di merluzzo
solo a chi pareva a loro.
A dieci anni avevo ormai imparato a buscare in silenzio
tanto che una volta verso la fine della scuola
il direttore mi disse che non c’era gusto a menarmi
e mentre mi passava dietro mi diede una bacchettata sulle gambe nude
mi voltai di scatto e guardandolo in facci gli urlai
“Mena quanto vuoi tanto un giorno torno e  ti ammazzo”
Lui era grande e grosso ma giuro di avergli visto la paura in faccia.
Mi mandarono a casa e per l’anno dopo mamma,
disperata, dovette cercarmi un altro collegio.


Immagina da googlee arth

venerdì 30 ottobre 2020

Lorenzo

 

Romano ogni tanto me lo diceva che tra i suoi allievi c’era uno

che mi mandava i saluti ma non voleva dirmi chi era

“Adesso gli chiedo se ti posso dire chi è poi ti faccio sapere”

e un giorno mi dice che Lorenzo s’era perfino arrabbiato

che Romano non m’aveva fatto il suo nome.

Romano tutti i mercoledì pomeriggio andava a insegnare disegno

nel carcere e lì aveva come allievo Lorenzo

e quando ha saputo che eravamo amici si è raccomandato che mi salutasse.

“E’ bravo, disegna anche bene ma è stanco,

moralmente a terra e non c’è verso di dargli un po’ di vita”

Lorenzo è amico di mio fratello, hanno la stessa età

ma casa di mamma è sempre stato un porto di mare

un andirivieni di ragazzi giorno e notte che quella poveretta

non capiva più manco quali erano i figli suoi

e non li riconosceva manco dai vestiti che ce li scambiavamo

fra tutti che non si capiva più niente.

Vent’anni di droga lasciano il segno

e lui non era neanche la prima volta che andava dentro

perché veniva beccato con la roba da vendere,

d’altra parte come dovrebbe fare un povero Cristo

che non ha un quattrino e che s’è trovato invischiato

in quella melma; compra, vende e con quel che resta si fà.

Ma quanto si va avanti? Non so quanto può durare una vita così

ma certo non si può misurare col mio metro

queste cose ognuno le sa per se.

Per continuare ci vuole pelo sullo stomaco e lui è sempre stato uno buono,

caduto per caso in una trappola cominciando tra risate

e cannoni  notturni per arrivare a consumi più tosti,

un tragitto che hanno fatto in tanti e che se in principio

può soddisfare, dare coraggio e far superare

quella timidezza che ha sempre avuto

 poi diventa una gabbia da cui non si esce

e lui chissà quante volte ha provato a scappar via

ma da soli è impossibile e a Lorenzo che a quarant’anni

ne ha già fatte di tutti i colori per sopravvivere chi vuoi che l’aiuti.

Arrivato tardi da una madre che adesso piange disgrazia

e da un padre appuntato carabiniere senza carriera,

sto figlio cresce e si accorge che non è questa la famiglia che vorrebbe

perché un adolescente vorrebbe un padre vivo

ma i padri son fatti come sono e i figli non se li scelgono

altrimenti io non so mica se avrei scelto il mio

e chissà se i miei avrebbero scelto me, son domande che vengono

a galla quando si hanno tra le mani queste storie

e per la verità per chiedermelo non ho bisogno di storie,

mi capita ogni tanto di farmi sta domanda e risposta non c’è.

Gli sarebbe bastata un po’ di fiducia, un lavoro sicuro,

“ma la fiducia si da solo a chi la merita”

come se non si potesse darla a uno che ne ha bisogno.

Siamo capaci di mettere capitali immensi in mano a degli emeriti farabutti

e non diamo un minimo di fiducia a uno che ne soffre la mancanza

è vero che lui è caduto, anche troppe volte

ma una stampella che ci vorrebbe a dargliela

e invece lasciamo che cammini rasente ai muri

e ad ogni capitombolo “ l’’avevo detto io..”

“Oggi l’ho visto più giù del solito,

la settimana prossima deve uscire ma non è contento per niente,

pensa, m’ha detto che vorrebbe addormentarsi e dormire per sempre”

Passano una decina di giorni, mi telefona Massimo

per faccende nostre poi mi dice che l’ha incontrato mezz’ora fa,

si son fatti una Peroni e anche qualche risata.

“Non era fatto, stava bene, e m’ha voluto abbracciare e m’ha fatto senso perché

m’ha stretto e m’ha detto che andava a dormire”.

martedì 18 agosto 2020

A una certa età


Roberto mi ha prescritto una eco alla prostata
perché dice che alla mia età è ora di indagare come son messo.
Ieri mattina prelievo del sangue che non finiva più di riempire boccette
tanto che a un certo punto gli ho chiesto se doveva farci il miaccio,
Claudio ha risposto che sono noioso e più ne cava e meglio sto.
Stamattina sveglia all’alba con una purgona della madonna
che quando ho guardato dentro al cesso prima di tirare lo sciacquone
c’ho visto un pezzo di cervello; ho resistito alla tentazione di riprenderlo
e l’ho visto sparire con metà dei miei ricordi,
le preoccupazioni son rimaste nel pezzo ancora in sede.
Corsa in macchina per una quarantina di chilometri per paura di far tardi
e quando sono arrivato all’ospedale m’è toccato aspettare tre quarti d’ora
perché la dottoressa era impegnata.
Entro nella stanza e ti vedo una tutta fighetta che mi dice di calare le brache
 e mettermi di fianco sul lettino in posizione fetale.
“Il suo medico ha ordinato solo l’eco, ma già che ci siamo le faccio anche la visita”
“Cioè in cosa consiste?”
Non è servita risposta ma ho imparato che questo mestiere
lo fanno solo i dottori con le dita più lunghe.
Finita la funzione ho girato la testa per vederla bene e m’ha chiesto perché la guardavo
“Per vedere se aveva la faccia soddisfatta”
“ Allora mi guardi fra cinque minuti”
E anche qui meglio non dare spiegazioni che in confronto il dito era uno zuccherino.
Mi allunga una manciata di carta e mi dice di pulirmi e rivestirmi;
ma ti pare che davanti a una coi tacchi da dodici io mi metto a pulire il sedere?!
Ho messo il cartoccio nelle mutande e mi son rivestito come se avessi un pannolone.
Mi ha detto che per la mia età sto bene,
“Mi spieghi, ma quelli della mia età di solito stanno male?
E poi a che età corrisponde lo stato della mia prostata?”
“Circa sei sette anni di meno”
Sono andato a portare i risultati a Roberto che con somma sorpresa
ha detto che “Cazzo!” sto meglio di lui.
Vorrei vedere, c’ha talmente tanti acciacchi
che l’ASUR gli ha detto che gli paga la casa se va a vivere in un’altra Regione.
La Meg dice che sta visita la devo fare tutti gli anni
“ E no cara! Adesso aspettiamo almeno sei o sette anni, poi si vedrà”.

sabato 27 giugno 2020

Milone



Milone lo chiamavamo così perché diceva sempre che aveva un m-l-n
e siccome era muto veniva fuori un suono che non si capiva
erano i soldi, un milione (di lire) che gli aveva messo da parte il nonno
e che alla sua morte li avrebbe presi di sicuro il padre
per metterli nel cassetto dell’osteria della Rossa.
A casa sua dicevano che era scemo
ma secondo me pareva scemo perché era muto
e quella volta in campagna chi non poteva parlare
era trattato da scemo finché non lo diventava davvero
Gli piaceva bere fino ad ubriacarsi
ma non come quelli che bevevano perché erano disperati,
lui beveva perché da ubriaco riceveva più attenzioni
dal gruppo di disperati che, ubriachi anche loro,
lo maltrattavano per vendicarsi dei maltrattamenti subiti.
Una bella fortuna per quei meschini avere un capro espiatorio 
così bello per sfogare le loro bassezze!
 “Milone se t’infilzi l’ago nella lingua ti pago un bicchiere”
e lui s’infilzava e beveva,
“Milone se..  ti pago un bicchiere”
e lui faceva e beveva
Questa non è la cattiveria umana che porta a far del male a un povero Cristo,
non è bullismo o inclinazione alla tortura, è la reazione ai torti subiti,
è la conseguenza dell’impotenza di fronte alle angherie quotidiane,
la reazione alla consapevolezza della impossibilità di alzare la testa
perché a casa ci sono bocche da sfamare
è la dignità che tutti i giorni viene messa da parte per un pezzo di pane.
Non credo che siano condannabili quelli che fanno di Milone
un burattino, in fondo non lo stanno umiliando
Milone e i suoi “amici” alla fine sono funzionali gli uni all’altro.
A volte, ma raramente, la Rossa s’incazzava e faceva finire gli “scherzi”
ma in fondo il vino doveva pur venderlo
e così anche lei aveva la sua bella giustificazione per tacere.
Milone ride felice perché il suo mimare e la voce che esce muta
rallegra la compagnia ma poi quando la serata è finita
e lui ormai solo ulula tra i vicoli o quando nel campo il padre lo prende a sassate
perché non fa bene quel che deve, cosa pensa Milone?
Quando vedo Milone mi chiedo ma quali pensieri ha uno scemo?
Venendo in paese cerca forse qualcosa che gli manca a a casa?
Perché a lui non riusciamo a dare quel poco di affetto che vorrebbe
e che in fondo meriterebbe anche?
Ecco, io davanti a Milone non riesco a ridere a squarciagola,
a me viene un sorriso, gli dò una pacca e lo lascio agli altri
e a volte mi rincorre baciando due dita per mimare una sigaretta
“Tieni Milone, prendile tutte tanto è tardi e vado a letto”
e vorrei dargli altro ma non ne ho manco per me.
Era di Monte Peruzzo Milone e scendeva in paese tre o quattro volte a settimana,
stava sù tutta la notte ululando cose incomprensibili per i vicoli
finché gli gridavano dietro gli spazzini per mandarlo a casa
allora si faceva quei sei o sette chilometri
oppure dormiva in qualche fienile per la strada
a volte la fortuna gli faceva trovare Scutin che andava a prendere la spazzatura
in campagna e allora poteva tornare con lui a bordo dell’ape  
e rideva felice in piedi sul predellino dietro il cassone dell'immondezza
Milone andava a fare le scopertelle,
come si direbbe il lingua corrente faceva il guardone
le ragazze urlavano impaurite a vedere
quella faccia appiccicata fuori dal finestrino
e allora a noi ci toccava scendere a pregarlo di andar via
“Milone dai va via”
“Nn facc nnt, n puurrr (non faccio niente, no paura) ”
“Dai Milone ti do una sigaretta” gli davi una sigaretta e lui s’incamminava
salvo ritrovarlo subito dopo ancora  attaccato al finestrino
che ti faceva il cenno di accendere gli davi anche i cerini
e lui scappava saltando felice.
Poi la notte veniva in piazza a raccontare quello che aveva visto
e lo raccontava con una mimica che non permetteva equivoci
accompagnata da suoni ed esclamazioni che parevano i sottotitoli di un film
e i racconti finivano sempre mimando una sega che s’era fatto
a dimostrazione del fatto che quando non hai nienmte ti adatti a quel che c'è
e a me pareva il sintomo di una gran solitudine
mentre lui invece saltava felice tra i tavoli fuori  dal bar.
Non ho mai visto nessuno così felice per una sega.
Non c’è più Milone, se n’è andato come se ne vanno gli scemi dei paesi
senza sapere perché o per come, senza una visita da uno specialista
che tanto a che serve visitare uno scemo, 
che figura ci facciamo a  portarlo in giro dai dottori e professori 
che costano anche un sacco di soldi;
di lui si dice che aveva la febbre ma si alzava lo stesso di notte
e girava per l’aia che ormai nessuno ci faceva più caso
chissà cosa cercava in quello sterrato chiuso
tra il capanno del trattore e la casa,
una spianata di terra con attrezzi sparsi dappertutto,
con parti di trattore ammucchiate e ciotole di avanzi,
con le galline che razzolavano beccando qua e là
raspando ogni filo d'erba che avesse il coraggio di nascere
tanto che pareva fossero loro gli unici essere ragionanti del posto.
Cosa vuoi che cerca, non lo sa manco lui, ulula e sveglia tutti
e la madre che in camicia da notte 
lo va a raccattare per riportarlo a letto
e lo chiama ancora "fiol mia" a cinquant'anni.
Però una mattina lo trovarono morto sullo scalino di casa
morto di che non si sa. 
Morto di morte che tanto era scemo
e Dio se l’è preso per liberare lui e noi.