mercoledì 25 febbraio 2026

Nonno Ferruccio

 




Io non sapevo cosa fosse la morte, probabilmente non ne avevo mai sentito parlare e certamente non avevo mai visto nessun morto, me la trovai di colpo davanti agli occhi quando mamma mi portò a vedere nonno Ferruccio che stava immobile sul letto e mi dissero che era morto anzi babbo mi prese in braccio e mi disse di dargli un bacio e io dopo avergli baciato la fronte dissi che nonno sentiva freddo e pretesi che qualcuno lo coprisse con una coperta. Siccome ogni volta che l’andavamo a trovare lui mi dava un soldo che lui chiamava delfino (erano le 5 lire dell’epoca che io mettevo nella mia scatola di latta) chiesi subito a zia Enrichetta se mi avrebbe dato ancora il soldo e lei mi rispose che no, niente più soldi perché nonno non ci sarebbe stato più, l’avrebbero portato via per sempre. Già facevo fatica a capire il concetto di morte ma anche quello di sempre non era poi così facile da digerire, con la Mirella ci dicevamo quella parola, anzi ci litigavamo su quella parola perché il “sempre” aveva comunque una fine e quando uno lo diceva l’altro ribatteva “io più sempre di te” quindi eravamo convinti che fosse una quantità definita soggetta ad essere eventualmente sommata chissà quante volte e adesso invece questo sempre davanti a nonno Ferruccio mi spiazzava, c’era solo un sempre ed era definitivo ed eterno e di conseguenza un solo mai; mai più delfino e sta cosa mi rattristò tanto che piansi a dirotto e da quella volta collegai la morte alla mancanza di soldi perenne, un morto divenne per me uno che non aveva e non regalava più soldi a nessuno, la morte era una sorta di definitiva e perenne povertà e quando da più grande mi venne spiegato che c’era un aldilà me lo sono immaginato come una sorta di paese dove gente vestita di tutto punto, in giacca e cravatta come era nonno Ferruccio sul letto di morte, camminava errabonda a chiedere l’elemosina ma nessuno che tirasse fuori un delfino.
Il nonno era un anarchico che comunque aveva un cantiere dove lavorava la pietra che veniva dalla cava che aveva tra Cagli e Cantiano,  era rimasto vedovo di nonna Esterina che io non ho mai conosciuto e alla sua morte il cantiere andò dritto a zia, la casa non seppi mai che fine fece e un’altra casa in cui alloggiava una signora che aveva da sempre fatto compagnia a nonno fu lasciata alla occupante perché si disse che aveva già fatto abbastanza sacrifici a badarlo; come se noi fossimo dei nababbi che potevano permetterci di regalare case a destra e manca.
Di nonno Ferruccio so poco ma per certo so che il mio nome me l’ha dato lui perché quando nacqui mamma aspettava che arrivasse una lettera di babbo che era in Svizzera nella quale dicesse quale dovesse essere il mio nome. La lettera arrivò due giorni dopo la mia nascita e diceva esattamente così: “Ti piaccia o no il nome del nostro piccolo sarà RUDY”.  Nonno andò di corsa all’ufficio anagrafe dall’altro nonno (Menchino il babbo di mamma) e insieme decisero che Rudy doveva essere sicuramente il nome di quella che mio padre manteneva lassù all’estero e che mi sarei chiamato Paolo e per questo che adesso ho due compleanni, uno, quello del giorno in cui sono nato e uno due giorni dopo che è il giorno che mi hanno iscritto all’anagrafe.
Vorrei tanto aver vissuto più a lungo con questo nonno che ha avuto una vita che era di per se un ossimoro in quanto un anarchico imprenditore di successo non mi pare cosa consueta ma morì che avevo 5 anni lasciandomi impressi i concetti di morte e di sempre e a ben pensarci non mi pare poco.

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