Io non sapevo cosa fosse la morte, probabilmente non ne avevo mai sentito
parlare e certamente non avevo mai visto nessun morto, me la trovai di colpo
davanti agli occhi quando mamma mi portò a vedere nonno Ferruccio che stava
immobile sul letto e mi dissero che era morto anzi babbo mi prese in braccio e
mi disse di dargli un bacio e io dopo avergli baciato la fronte dissi che nonno
sentiva freddo e pretesi che qualcuno lo coprisse con una coperta. Siccome ogni
volta che l’andavamo a trovare lui mi dava un soldo che lui chiamava delfino
(erano le 5 lire dell’epoca che io mettevo nella mia scatola di latta) chiesi
subito a zia Enrichetta se mi avrebbe dato ancora il soldo e lei mi rispose che
no, niente più soldi perché nonno non ci sarebbe stato più, l’avrebbero portato
via per sempre. Già facevo fatica a capire il concetto di morte ma anche quello
di sempre non era poi così facile da digerire, con la Mirella ci dicevamo
quella parola, anzi ci litigavamo su quella parola perché il “sempre” aveva
comunque una fine e quando uno lo diceva l’altro ribatteva “io più sempre di
te” quindi eravamo convinti che fosse una quantità definita soggetta ad essere
eventualmente sommata chissà quante volte e adesso invece questo sempre davanti
a nonno Ferruccio mi spiazzava, c’era solo un sempre ed era definitivo ed
eterno e di conseguenza un solo mai; mai più delfino e sta cosa mi rattristò
tanto che piansi a dirotto e da quella volta collegai la morte alla mancanza di
soldi perenne, un morto divenne per me uno che non aveva e non regalava più
soldi a nessuno, la morte era una sorta di definitiva e perenne povertà e
quando da più grande mi venne spiegato che c’era un aldilà me lo sono
immaginato come una sorta di paese dove gente vestita di tutto punto, in giacca
e cravatta come era nonno Ferruccio sul letto di morte, camminava errabonda a
chiedere l’elemosina ma nessuno che tirasse fuori un delfino.
Il nonno era un anarchico che comunque aveva un cantiere dove lavorava la
pietra che veniva dalla cava che aveva tra Cagli e Cantiano, era rimasto vedovo di nonna Esterina che io
non ho mai conosciuto e alla sua morte il cantiere andò dritto a zia, la casa
non seppi mai che fine fece e un’altra casa in cui alloggiava una signora che
aveva da sempre fatto compagnia a nonno fu lasciata alla occupante perché si
disse che aveva già fatto abbastanza sacrifici a badarlo; come se noi fossimo dei
nababbi che potevano permetterci di regalare case a destra e manca.
Di nonno Ferruccio so poco ma per certo so che il mio nome me l’ha dato lui perché
quando nacqui mamma aspettava che arrivasse una lettera di babbo che era in Svizzera
nella quale dicesse quale dovesse essere il mio nome. La lettera arrivò due
giorni dopo la mia nascita e diceva esattamente così: “Ti piaccia o no il nome
del nostro piccolo sarà RUDY”. Nonno andò
di corsa all’ufficio anagrafe dall’altro nonno (Menchino il babbo di mamma) e
insieme decisero che Rudy doveva essere sicuramente il nome di quella che mio
padre manteneva lassù all’estero e che mi sarei chiamato Paolo e per questo che
adesso ho due compleanni, uno, quello del giorno in cui sono nato e uno due
giorni dopo che è il giorno che mi hanno iscritto all’anagrafe.
Vorrei tanto aver vissuto più a lungo con questo nonno che ha avuto una vita
che era di per se un ossimoro in quanto un anarchico imprenditore di successo
non mi pare cosa consueta ma morì che avevo 5 anni lasciandomi impressi i
concetti di morte e di sempre e a ben pensarci non mi pare poco.
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