domenica 5 maggio 2019

Pato


“Vale, io quello lo conosco, chi è, lo sai?”
“Certo, é Pato, ti ricordi di Pato?”
“PATOOO”
lui si gira e mi viene incontro e ci abbracciamo
“Ho riconosciuto la voce, sei quel monello di Numa,
ti ricordi che chiamavi tutti monello?”
Con la Valeria non si parla più da un pezzo di ricordi,
ci vediamo spesso, quando non sto bene a casa vengo a Verona a trovarla
ma con Pato che non ci si vede da una vita è diverso,
ci ricordiamo i pomeriggi passati al “Botegon del vin”
in fondo a via Mazzini e le corse nella pista  delle automobiline dietro l’arena.
Si chiamava (e per fortuna si chiama ancora) Patrizio Costi
e era della sezione A ma eravamo spesso insieme,
lui veniva nella nostra classe perché stava meglio con noi,
a scuola tutti lo chiamavano Pato,
era il nome che gli avevamo affibbiato io e Vecchietti
ma pochi sapevano il perché e quando il prof. di matematica Silipprandi
(detto Liutprando re dei Longobardi e primo re d’Italia)
gli chiese il motivo di quel soprannome
credendo che fosse l’abbreviativo di Patrizio, lui rispose
“Perché cago poco prof.”
Lì per lì il Liutprando, ci rimase un po’ male
ma poi cominciò a ridere e non si fermava più
roba da rotolarsi sulla cattedra ripetendo di continuo
“Costi Pato… Costi Pato … Costi Pato
Chi cavolo t’ha messo sto soprannome di merda?”
“Quei due stronzi prof”.

domenica 21 aprile 2019

Gigi farmacista


Gli ultimi tempi s’era ormai rassegnato
e pensava alla vedovanza come a una liberazione
“Non fraintendermi ma quando arrivi ad un certo limite non ne puoi più”
Tutti i giorni era di fianco al letto a vederla consumarsi.
Un giorno ho incontrato una amica che fa l'infermiera e chiacchierando
m’ha detto che nessuno l’avrebbe curata come ha fatto lui,
a volte le ragazze della scuola infermieri piangevano a vederli in camera.
“Non una liberazione per me ma per lei, volevo che mi lasciasse
e non riuscivo a pensare come avrei fatto a vivere senza lei
sono sentimenti che non riesci a governare, sono contrastanti
e non ci capisci niente, io non sono tanto letterato da raccontarli nel modo giusto.
Poi è finita e mi son ritrovato solo e è stato anche peggio,
era come se lei mi avesse piantato, mi son sentito come un uomo tradito
a volte l’ho persino odiata ma poi mi dicevo che non era possibile
odiare chi ho amato per 40 anni e c’ho diviso una vita”
“Mi dicono che vai a messa”
“No, non sono diventato credente, vado in chiesa, quello si, vado in chiesa,
è che nelle chiese si trova quella pace che si può trovare
un po’ anche nelle biblioteche solo che lì ci si isola meglio
e si può invocare qualcosa che altrove non si può.
Ho cominciato ad andarci quando mia moglie stava male,
entravo, mi sedevo su una panca e stavo lì a pensare
che forse chiedendo coraggio a me stesso e invocando aiuto
è possibile che saremmo riusciti a venirne fuori.
Non era un chiedere a un dio inesistente, era un chiedere e basta,
forse alla natura o forse a me, all’aria non so,
il pensiero che ci fosse qualcuno che potesse aiutarci mi dava serenità
e in quei giorni ho scoperto che solo lì e in parte nei cimiteri
si riesce ad avere quel raccoglimento, quella pace che ogni tanto cerco ancora.”
Mi raccontava queste cose mentre stavamo seduti al bar dopo anni che non ci si vedeva,
ci siamo ritrovati perché quando la moglie s’è ammalata è tornato a vivere in paese.
Abbiamo passato insieme gli anni in cui lui faceva farmacia
e s’andava insieme al giardino botanico a seguire le lezioni
io stavo con lui anche se non ero iscritto e a ogni diapositiva che la prof ci mostrava
mi alzavo a chiedere chiarimenti o esclamavo “Bellissimo!”
oppure “Ci rifaccia vedere quello di prima… no, non quella, quella di prima ancora”
Lei era contenta di tanto entusiasmo e gli studenti ridevano
mentre Gigi mi tirava giù un braccio per  farmi mettere seduto.
Poi si tornava in paese con la mini rossa e mettevamo l’orologio
“Pronti… via, oggi facciamo il record”
A volte facevamo la scorciatoia che aveva qualche chilometro di sterrato
e lasciavamo dietro una nuvola di polvere e le donne di San Gregorio
correvano a prendere i bambini dalla strada o a raccogliere i panni stesi
e c’insultavano quando passavamo.
 
“Adesso sto con la Pinuccia, ci siamo trovati l’anno scorso alla gita della Faum*
e dopo 5 anni di solitudine  ho pensato che forse un po’ di compagnia
avrebbe fatto bene a tutti due, Maupassant dice che lo scapolo deve essere
giovane, curioso e avido e io non son più nessuna delle tre.
Siamo andati in giro a fare dei viaggetti, prima di un giorno
a Gubbio, Assisi o Perugia poi anche un po’ più lunghi
ma abbiamo sempre dormito in camere separate finché una sera
lei mi ha detto che forse potevamo anche andare nella stessa camera,
avremmo anche risparmiato e così abbiamo dormito nello stesso letto,
abbiamo fatto il cucchiaio”
“Che roba è il cucchiaio?”
Lui mi guarda e crede che io abbia pensato ad una posizione da kamasutra (infatti…)
“Scemo, è come stare sulla sedia solo che stai orizzontale”
“Si, si certo ho capito”
“Ma non l’ho toccata, poi la mattina ho trovato il coraggio e gliel’ho detto”
“Detto cosa” non nascondo che essendo arrivato alla settantina
forse aveva perso interesse.
“Le ho detto che non ce la facevo, io amo ancora mia moglie 
e non riesco a pensare di farlo con un’altra donna anche se lei non c’è più”
“E lei?”
“Lei ha capito e m’ha detto che alla nostra età non c’è bisogno di fare i ragazzi
si può stare insieme da affezionati e così abbiamo deciso
che per adesso qualche volta si può dormire insieme
poi si vedrà se sarà il caso di andare a vivere nella stessa casa.
L’amore da ragazzi è felicità perché non c’è niente che si mette tra la vita e l’amore
è vita totale e purezza del sentimento,
alla nostra età le storie di ognuno si fanno pesanti e frenano l’espansività,
forse c’è più affettuoso rispetto e magari è proprio quello che andiamo cercando”.
“C’è ancora tempo per volersi bene, non è solo ‘ come lo chiami te,
credo che alla nostra età ci sia il tempo ancora per un amore che non sia di seconda mano”
“Il tempo Numa ormai è quello delle cose che ci siamo messi intorno
e che ci fanno ricordare come siamo stati,
lo sai che io il futuro non riesco a pensarlo se non al prossimo fine settimana
o al massimo fra dieci giorni quando mi verrà a trovare mia figlia?”
 
“Io Gigi, non ho mai pensato che potessi avere un amore così intenso
eri matto come un cavallo, insieme ne abbiamo fatte da galera
e adesso ti scopro così innamorato di tua moglie”
“Perché te non lo sei?”
“Non sto facendo un confronto, ti sto dicendo che conoscendoti
come t’ho conosciuto io non avrei creduto che fossi così
Quando eravamo ragazzi ne avevi tre alla volta
come potevo credere che fossi cambiato così?”
Per tutto il tempo ha rigirato il caffè nella tazzina e poi m’ha detto
“Ti ringrazio del caffè ma non mi va, l’ho preso per farti compagnia  ma non mi va
sarà per un’altra volta, quando ci vediamo?”
“Martedì, io son qui tutti i martedì”
“Allora a martedì mattina, ciao”
Da quando ho ricominciato a camminare senza stampelle ho deciso
che tutti i martedì mattina vado al paese, mi mancava,
mi mancavano i muri che conosco, le strade, il bar e la gente che mi saluta
mi mancavano gli amici con cui son cresciuto e perfino le chiese coi quadri.
E passando per le strade sento le mie tracce,
quelle che ho lasciato crescendo tra sti vicoli,
mi vengono in mente le scorribande chiassose da bambini
e i baci furtivi negli androni dove le parole rimbombano anche se dette piano
quando le sottane son diventate più importanti dei palloni,
sento le voci che vengono giù dalle finestre 
senza capire il discorso ma sentendo le parole
sono le nostre parole, quelle del nostro dialetto 
stampate sulla nostra carta di identità
e  gli odori dei sughi e dei soffritti, il rumore delle tavole che s’apparecchiano
e mi dico che Gigi ha ragione a essere innamorato così intensamente di sua moglie,
l’amore se ti prende davvero è una cosa che la ragione non mette da parte
ma certo che lo capisco, lo capisco benissimo,
perché anch’io sono uguale a lui e me ne sono accorto tardi,
ci voleva Gigi ad aprirmi gli occhi e a farmi capire che sono
profondamente innamorato di questo mio depresso paese.
 
*) Federazione Alpinisti Umbro Marchigiani antico sodalizio 
composto ormai da ultranovantenni che l’unica escursione che fanno è quella
del pranzo dell’Epifania.

lunedì 8 aprile 2019

Salute e altre faccende


M’ha telefonato la Valeria, ci uniscono gli anni di liceo e una cotta
ma mezzo secolo ci ha fatto diventare due
che si divertono a ridere delle proprie disavventure.
M’ha chiesto com’è il bicchiere ho risposto che:
“Visto da fuori è più pieno che mezzo, visto da dentro…
adesso cerco il bicchiere che non so più dov’è e poi ti fò sapere”.
In realtà il bacino pare sia a posto ma il gomito non riesco ad appoggiarlo,
la mano è gonfia, le dita non si piegano perché sembrano salcicce e
il polso si piega solo con un bel dolore che faccio finta di sopportare.
L’ortopedico (che non capisce un cazzo perché se capiva qualcosa
vedeva che avevo rotto anche il gomito invece s’è accorto tre mesi dopo)
dice che va tutto benissimo ma a me questa ostentazione di salubrità mi puzza un po’
anche perché ha detto la stessa cosa a quello che è uscito prima di me
che camminava tutto sciancato.
Adesso m’hanno dato delle pillole per sgonfiare la mano,
non so se ho preso quelle giuste perché son sempre a far la piscia,
c’ha da esse qualcosa che mi sfugge, i dottori detengono un potere
imperscrutabile per cui capisci quale sia il migliore solo dalla parcella
e anche se la cura non funziona, siccome ti sei svenato per pagarlo
resta comunque il più bravo (se non altro a fregarti i soldi).
Il 2 Maggio partirà la nostra regata fino a Pola e ritorno,
ho chiesto a Max se voleva venire “Ma certo!”
Ma certo che viene, mica paga lui!
Staremo fuori 4 giorni, se non m’arrestano i Croati perché l’ho affogato
vi riferirò al ritorno.                     Se torno.
Perché per me il problema non è partire, a partire faccio svelto,
il problema è il ritorno, anche quando torno a casa dal paese
tergiverso sempre nel parcheggio qui davanti
e non trovo mai la forza di entrare in casa,
e anche quando lavoravo ero quello che usciva per ultimo.
Ma sta cosa non succedeva mica solo a me, il padrone alle sei mi chiamava
e mi diceva se avevo voglia di fare una mano di ramino,
appena si spargeva la voce della ‘serata ramino’ se ne aggregava sempre qualcuno
a giocare o a vedere e si facevano le otto come ridere e se vincevo
trasformavo le ore perse a giocare in straordinario pagato, lui s’incazzava ma
“Boselli, ha perso mica giochiamo le medaglie, è lavoro anche questo!”
tanto io ero sempre quel ladro comunista.
Ieri un vecchio cliente m’ha chiesto se gli do una mano a fare un nuovo modello
di cameretta, gli ho detto che se ha tempo di aspettare gliela do,
“Aspettare fin quando?”
“Fino a ottobre che adesso arriva l’estate e non ho voglia di lavorare”
Se non vado via alla svelta mi mena
ma che soddisfazione lavorare solo quando mi pare!

domenica 24 marzo 2019

31/12/2015


Ieri ero all'ospedale a fare terapia incontro un infermiere che conosco
e mi chiede se mi ricordo quando sono stato ricoverato al pronto soccorso
e cosi ci siamo messi a rievocare quelle ore facendoci delle grasse risate.
Il resoconto della giornata l'avevo pubblicato ma mi piace ripeterlo .


Mancano ancora dieci chilometri
credo che una decina di minuti posso resistere.
Sono fuori città e mi manca il fiato, ho delle fitte incredibili allo stomaco
mi dico che stavolta è una faccenda grossa e mi convinco che è un infarto
non ce la faccio a respirare, prendo un carvasin, è la prima volta, spero funzioni.
Quello davanti a me non si muove, 
s'è fermato in mezzo alla strada per girare e ha bloccato tutti
uno dei soliti paralitici del volante che tengono il piede più sul freno che sul gas
ecco, adesso sono davanti alla porta del pronto soccorso 
mi gira la testa e non capisco più niente.
Mi ritrovo su una barella, uno mi tiene i piedi per aria,
ho una gran confusione addosso e sento che mi chiamano
finalmente sono sveglio e comincio a capire
uno mi dice che non posso lasciare la macchina lì
“Spostala te coglione”
“Non c’è bisogno d offendere”
“Pensavo di farti un complimento”
Ho già una flebo infilzata nel braccio e mi pare di cominciare a respirare
si, adesso sto meglio, dev’essere una flebo d’acqua santa.
mentre mi “lavorano” arriva un’altra barella,
c’è sopra un fagotto che si lamenta perché non gli trovano la vena
dice che vuole che chiamino un esperto
“Io vi conosco, voi non siete capaci a trovarla”
L’infermiera mi dice all’orecchio che viene almeno una volta al mese
perché ha mal di testa ma in realtà non ha niente,
mi giro, la guardo e le faccio un sorrisino e lei risponde,
La conosco, è la moglie del fratello di Ennio,
una di Napoli che prima gliel'hanno fatta sposare e poi l'hanno mandata su,
un po’ sempliciotta come lui e Ennio poretto che li deve badare tutti due.
Mi cambiano stanza e mi mettono in osservazione,
una camera a 6 letti, 3 a destra e 3 a sinistra dell’ingresso
sulla sinistra della porta c’è una signora con figlia
a occhio e croce una ottantina di chili alta una metro e 20
nel letto centrale a destra c’è uno che pare un idraulico con tutti i tubi che c’ha addosso
è attaccato a una macchinetta che emette un bip continuo secondo le pulsazioni.
cerca di fermare ogni infermiere che passa ma sbaglia i tempi
e alza la mano emettendo un rantolo dopo che sono passati
per cui nessuno se lo fila.
“Di che cosa ha bisogno?”
“Ho freddo”
“Ma c’hai la coperta in fondo al letto, perché non la tiri su?”
“Perché m’hanno detto di non muovermi”
“Ma se ti muovi cosa succede?”
“Si sente la macchinetta che va più svelta”
Per me questo è come la cognata di Ennio, mi alzo dalla sedia,
(non mi andava di mettermi sdraiato sul letto) e gli tiro su la coperta
con una mano sola perché con l’altra tengo alta la flebo,
adocchio un paletto per reggere il flacone e lo attrezzo per me.
Dopo un po’ arriva una barella con sopra una montagna,
lo scaricano in tre sul letto davanti al mio, lui si rizza seduto ,
ha una maglietta blu che non riesce a coprire il ventre
tanto che gli sta sulla pancia e lascia l’ombelico di fuori,
chiede di fumare, per la verità non si capisce quel che dice,
si capisce solo il gesto che fa con le due dita vicino alla bocca,
l’infermiere gli dice che non si può ma lui insiste
lo vuol far stare sdraiato ma quello si rialza in continuazione
e ogni volta chiede di fumare.
Leggo sulla casacca dell’infermiere la scritta “PSICHIATRIA”
Mi pareva!
Arrivano due infermieri che gli mettono un sondino su per il naso
vanno avanti un quarto d’ora per farglielo arrivare alla stomaco
poi gliene mettono un altro nel sedere e lì c’è stata una specie di guerra,
sarà anche matto ma al culo ci tiene!
La signora a sinistra dell’ingresso mangia un panino,
lo addenta come fosse un lupo e poi s’aiuta con un dito per far stare dentro il boccone
e mastica per 20 minuti perché ne ha staccato troppo.
Incrocio lo sguardo di Roberto, questo è il nome dell’intubato sui due fronti,
non è molto rassicurante anzi mi pare un po’ minaccioso
spero che l’abbiano sedato.
Lo fanno girare su un fianco e l’infermiere comincia a succhiare con una siringa dal tubo superiore,
succhia e versa in un secchio un liquido denso e marroncino contando le siringate,
nella stanza si espande un profumo che è una bellezza,
la lupa di sinistra imperterrita continua a mangiare,
ogni tanto dà due sgonzate a una bottiglia di coca cola, la figlia le chiede se vuol uscire
lei che mastica a 4 ganasce risponde con la bocca piena che vuole stare lì
e allora esce la figlia con un fazzoletto sulla faccia.
Arriva un’altra barella con un anziano sopra,
dietro lui una processione di parenti che gli chiedono dove sono le carte e i documenti
lui sta a bocca aperta e occhi chiusi senza rispondere e loro insistono,
intanto una infermiera gli sta mettendo un pannolone e qualcuno dei parenti l’aiuta.
arriva anche un altro che per metterlo al posto fanno spostare il siringatore di Roberto
adesso siamo al completo quello di fianco mi dice che sente freddo perché la porta è aperta
penso che se uno si azzarda a chiuderla gli tiro il comodino.
L’infermiere che siringa Roberto mi chiede a che numero era arrivato,
“Cazzo m’hanno fatto perdere il conto”
“Eri a metà”  (perché ogni tanto mi invento queste stronzate ancora non l’ho capito)
“Ah, meno male che le hai contate te”
e ricomincia a siringare.
“Adesso Roberto facciamo un clisterino, fai il bravo che vedrai che dopo stai meglio”
“Abbi pazienza, glielo fai qui?”
“Perché?”
Allargo le braccia per fargli capire che stiamo morendo in una camera a gas,
lui risponde che dobbiamo aprire la finestra poi ci ripensa e porta via Roberto
manovrando il letto come fosse un tir, sbatte sullo stipite già martoriato della porta
e il sedere nudo e sodomizzato di Roberto scompare tra gli spettatori.
Quello di fianco mi dice che sente freddo, cerco un’altra coperta dentro un armadietto,
la trovo e gliela stendo sul letto, adesso si vede solo la fronte con un ciuffo di peli radi
che escono da una montagna di coperte
secondo me nella flebo gli hanno messo azoto liquido.
La lupa continua a mangiare e tra un morso e l’altro chiede alla figlia di metterle la padella
lei risponde che gliela mette dopo che ha mangiato
“La voglio adesso che mi sto pisciando addosso!”
La classe non è acqua!
Il moribondo con il parentado al seguito l'ha fatta e tocca cambiargli il pannolone,
deve essere stato stimolato dalla lupa,
arriva una infermiera che pare una bambina chiede ai parenti di aiutarla a cambiarlo
ma loro sono troppo intenti a chiedere dove sono i documenti
elencando tutti i posti di casa e del circondario,
"Non li avrà mica dati a qualcuno!"
Gli urlano in un orecchio "A chi li hai dati, al notaio?"
Lui sta immobile, con gli occhi chiusi e la bocca spalancata
l’infermiera bambina si rompe le scatole e lascia l’anziano girato su un fianco
col pannolone nuovo che non è riuscita a chiudere
e così tutti possiamo ammirare questo enorme televisore all’aria.
Arriva la cognata di Ennio e si mette a far salotto con il vicino.
Sono le quattro del pomeriggio e mi fanno un altro prelievo.
Entrano un paio di portantini e dicono alla lupa che la devono portare a casa
lei non vuole andare la figlia dice che non si può portarla via perché sta male
loro la prendono di peso e la caricano su una barella e vanno via
la figlia s’attarda a raccattare le cose che sono dentro lo stipetto
mi vien da ridere pensando che la scaricheranno alla pizzeria più vicina.
Si sente un urlo inumano che arriva da fuori, sono Roberto e l’infermiere,
“STA FERMOOOOO”
Non ho il coraggio di pensare cosa sia successo, ma visto quel che facevano
un sospetto mi viene e difatti l’odore che arriva dopo un po' me lo conferma.
Finalmente arrivano due a finire di impannolare  il primo a destra
l’infermiere si incazza coi parenti che non possono stare così numerosi
“Uno solo, decidete voi ma qui ci sta uno solo e alle sei va via”
dopo un po’ di discussioni lasciano la figlia
ma si raccomandano che si faccia dire dove sono i documenti.
E’ arrivata la moglie di quello che fa salotto, gli dice che ha parlato col dottore
e che ha insistito per farlo ricoverare perché fanno capo d’anno in casa loro
e c’è un sacco di gente e nessuno può badare a lui
e con lui in casa si rovinerebbe la festa.
Lui la guarda un po’ interdetto io mi metto a ridere, 
l’azotato ride anche lui da sotto le coperte
la festaiola ci guarda come per dire "Fatevi gli affari vostri"
la cognata di Ennio mi chiede che cosa c’ho da ridere
“Niente, m’è venuto così”
“Te c’hai la faccia da birichino, quando t’incontro per strada ti meno,
guarda che lo faccio, io son di Napoli e noi napoletani le cose che diciamo poi le facciamo,
sta attento”
Sono ormai le 5 e mezza, vedo la faccia di Roberto che guarda dentro la stanza
da dietro il vetro dello spioncino che c’è sulla porta,
potrebbe guardare dalla porta spalancata
ma lui passeggia per il corridoio e ogni volta che passa guarda dentro da lì.
Vado in bagno col mio paletto con la  flebo 
che da parecchio è finita e non manda giù più niente
la finestra del bagnetto dà su un terrazzo che per avere più posto hanno chiuso
e adesso è una stanza adibita a magazzino, dentro c’è una che sta telefonando
io faccio le mie cosine da in piedi e la guardo dalla finestra che c'è sopra il vater 
lei mi vede e  scappa.
Mi vien da ridere pensando che l’unico momento
in cui un uomo non può far male a nessuno è proprio mentre fa pipì.
Entra un dottore in stanza e mi dice che ho contratto un virus intestinale
"In questi giorni abbiamo avuto diversi casi come il suo" 
mi manda a casa perché non è il caso di tenermi lì, stanotte arriverà un sacco di gente
e lui ha bisogno di liberare i posti, 
mi da qualche pasticca se eventualmente avessi ancora dolori.
Mi vesto e vado a casa a piedi, una passeggiata mi farà bene
e poi devo smaltire la sbornia da pronto soccorso
cammino svelto e ogni tanto mi vien da ridere
ripensando a tutto quel che è successo nel pomeriggio
la gente che mi vede penserà che sono scemo,
comunque meglio scemo che infermiere al pronto soccorso a fare il clistere a Roberto.


martedì 8 gennaio 2019

La Sarchiapona



Sono sicuro che sia andata così perché le conoscevo,
le conoscevo bene tutte quattro perché erano sempre a casa nostra
la Mimina, la Diana, lei la Graziella e mamma
e quando lassù è arrivata lei si sono incazzate tutte tre dicendo che come al solito
“Sei sempre l’ultima e tocca aspettare sempre a te”
è andata certamente così, anche per chi non crede che dopo ci sia qualcosa.
La Sarchiapona, come la chiamavamo noi di casa, era la migliore amica di mamma
unite da una sana vita di stenti trascorsi felicemente insieme,
consapevoli che la povertà non fosse una vergogna
ma una occasione per essere contente del poco che arrivava
anche quando non arrivava niente e non c’era niente da mettere in tavola,
“Te apparecchia, quando hai apparecchiato c’hai già mezza cena”.
Mamma vendeva un po' di roba intima in casa,
mutande, canottiere e pizzi al tombolo portati da una vecchietta di Offida
che arrivava con la corriera una volta al mese con una valigia di cartone
in cui custodiva e cercava di vendere le preziose miserie del suo paese,
poco smercio e tanti "Segna che poi te li porto" ,
una mattina arriva lei a comprare un paio di mutande per Chefagg (il soprannome del marito)
mamma gli dà la quarta e lei dice che lui adesso vuole la quinta
"Perché è cresciuto davanti?"
"Magari, lì amò (ormai) non c'è speranza, è il dietro che gli cresce!"
Discorsi di donne che sanno tutto l'una dell'altra
e però ogni volta che vedevo Chefagg pensavo
al davanti rinsecchito e al dietro grasso e ridevo da solo.
Lei aveva una bottega di scarpe e ricordo che una sera
tornando a casa tutto bagnato misi le scarpe dentro il forno della stufa
che a quell’ora ormai era spenta.
la mattina mamma accende la stufa senza accorgersi delle scarpe
così quando mi alzo trovo nel forno due carboncini.
Era domenica e mi toccò andare dalla Sarchiapona in ciabatte,
lei mi diede un bel paio di scarpe e quanto chiesi “Quanto costano?”
mi rispose di dire a mamma che me le aveva regalate lei e che non mi menasse.
Ecco, queste erano le amicizie di una volta.
Amiche loro e amici noi figli, son cresciuto con la Rita e la Stefania
e quando m’hanno telefonato per dirmi che erano diventate orfane
m’hanno chiesto di non andare all’accompagno “Che sei tutto rotto”
Ma non si poteva mancare e quando m’hanno visto tra i banchi della chiesa
mi sono venute addosso che per poco non cadiamo tutti tre.
Era l’unico filo rimasto, adesso è reciso anche quello
e siamo davvero tutti orfanelli e anche se vecchi genitori
cerchiamo ancora a volte inutilmente i nostri.

sabato 22 dicembre 2018

Fuga dal letto


C’è un momento in cui hai paura di non farcela
o almeno non vedi la luce in fondo al tunnel,
non avrei mai pensato che sto momento arrivasse a me
e invece dopo una settimana che stavo lì a sudare
perché come antidolorifico mi avevano dato la tachipirina 1000
a tribolare perché ad ogni movimento avevo dolore alla gamba
e al polso perché l’ingessatura era troppo stretta,
è arrivata Bianca e m’ha detto “ Nonno non soffrire”,
ci sono rimasto male, la mia nipotina si preoccupava per me
mentre ancora dovevo essere io a preoccuparmi per lei.
La mattina dopo ho fatto chiamare un amico che m’ha aiutato a fare un buco nel gesso
Basta tachipirina e giù con roba pesante, basta dolore.
per rinascere s’ha da toccare il fondo.
Tempo una settimana e il gesso non c’era più,
l’ho tagliato con le forbici da elettricista e mi son messo un tutore
che m’ha imprestato mio fratello che lui per i polsi rotti è attrezzato bene.
Nel frattempo l’infermiere che sta di sopra mi ha prestato un letto con le sponde
mi ha detto che c’è morto il cognato di Salvatore Fiume l’artista
come dire che è vero che c’è già morto uno ma aveva un parente importante!
Non dormo, faccio solo pisolini svegliandomi di soprassalto
perché sogno di cadere da dirupi, da palazzi e da tutto quello che è alto,
vedo pubblicità di gente che si tuffa per arrivare fino all’amata,
io cado malamente e non arrivo mai a terra, (meno male).
Faccio fatica anche a leggere libri (ne avevo messi da parte un baule)
perché se casco in un capitolo noioso mi addormento
 e poi mi tocca ricominciare daccapo, gli audiolibri addirittura conciliano..
Avevo telefonato a Nela e lei m’ha messo in contatto con l’Amanda,
ci siamo scambiati un paio di telefonate e poi parecchi whatsapp
che m’hanno tenuto su, non credevo che mi sarebbe stato di aiuto
il contatto con chi non conoscevo di persona, per la verità io son sempre stato scettico
a considerare amici quelli che non conosco dal vivo. Sbagliavo.
A stare a letto si imparano un sacco di cose, per esempio
se st’estate trovavo i ragni vicino al pavimento adesso che è freddo
stanno lassù vicino al soffitto dove è più caldo
e io ne ho due che stanno proprio sopra la mia testa
e li seguo tutti i giorni nei loro rari e brevi spostamenti
e mi chiedo perché abbiano le gambe così lunghe se poi si spostano così poco.
I denti si sporcano più facilmente e mi tocca lavarli più spesso
perché non mi piace sentire con la lingua che non sono lisci.
Mangio poco e dimagrisco, in un mese che sono stato a letto ho perso sei chili e mezzo
a me andrebbe bene anche così ma adesso che giro per casa col “deambulatore ascellare”
sto recuperando qualche etto soprattutto perché la gente che mi viene a trovare
porta cioccolatini, torroncini e dolciumi e io faccio fatica a resistere.
Secondo me portano i cioccolatini perché quando sono stati male loro
glieli hanno portati e adesso li riciclano,
non vedo l’ora che stia male qualche amico che ho un cassetto di cioccolatini da smaltire.
Il guaio di star male per lungo tempo è che hai tua moglie sempre intorno
che se ti tiri su nel letto vuol metterti per forza la sua sciarpa di peli
che ti vanno tutti in bocca e ti tocca sputare di continuo,
poi per tutto il giorno non fa altro che chiederti se vuoi la padella
se ti può fare il bidet se hai fatto la piscia,
se è poca e non hai bevuto se è troppa “Ma quanto bevi!”
Dico queste intimità perché per la botta che ho avuto
per alcuni giorni non sono riuscito a svolgere le mie care funzioni.
La Cosetta mi telefonava per sapere se avevo fatto la cacca
“Ma che ti frega a te se la faccio o no”
“La Bruna è preoccupata perché non la fai”
“BRUNAAA ma che cazzo vai a dire in giro dei miei bisogni!”
e così si incomincia a litigare per tutte le cazzate possibili.
Adesso poi che c’è il natale vicino e io sono impedito
lei si sfoga a comprare tutto quel che può
tanto che m’ha telefonato il direttore della banca
e m’ha chiesto se stiamo comprando casa; vuol darci un mutuo.
Non sopporto di star male e essere così in balia di mia moglie
non voglio essere in balia di nessuno le grinfie degli altri mi infastidiscono
già sopporto malamente le imposizioni che mi faccio da solo, figuriamoci quelle degli altri!.
Come se non bastasse le notizie che arrivano dai giornali non sono per niente rassicuranti,
un manipolo di idioti s’è impadronito del potere e non ho capito se
siamo al livello del ‘68 quando urlavamo fantasia al potere
o siamo nelle mani di fantasiosi dementi che ci vogliono rovinare.
Ho fatto i raggi e m’hanno detto che l’acetabolo (quello rotto) va bene
e sta guarendo, per il polso ci vuole ancora parecchio
ma io so già che appena capisco che con quella mano
riesco a cambiare le marce col cavolo che resto a casa!


lunedì 17 dicembre 2018

E adesso sono qui


E adesso sono qui, nel fondo di un letto a pensare come sia successo
e più ci penso e meno me lo ricordo, c’è un buco nella memoria
ricordo solo che ho allungato una mano per prendere la maniglia
e poi mi rivedo a terra, quello che ci sta in mezzo è buio pesto.

E’ dalla mattina presto che mi son messo a preparare la barca per l’alaggio,
ho tolto le vele le ho lavate, stese e piegate per bene,
sfilato le drizze e messo da parte le scotte per lavarle,
smontato la linea d’ormeggio che non potevo lasciarla lì,
non ho neanche pranzato e quando mi hanno telefonato
per dirmi che toccava a me ho portato la barca sotto la gru.
Inutile dire che ho aspettato inutilmente quell’idiota
che aveva promesso “ Mi libero e vengo, alle due sono lì”
Son più scemo io che credo alle sue promesse,
sta di fatto che m’ha toccato fare tutto da solo
e anche adesso che ne avrei bisogno senza meno, lui non c’è.
La barca alata è sul carrello e io prendo una scala
per finire di sistemare e chiuderla che per st’inverno non la tocco più
ma ad un tratto succede tutto e io adesso non ricordo come,
mi ritrovo per terra che non riesco a dire niente,
 mi viene in mente che lì vicino c’era Massimiliano,
lo chiamo ma non esce un filo di voce poi finalmente un urlo.
E’ il suo, io riesco solo a sussurrare “La testa, la testa”
“Cos’hai alla testa”
“Non so, vedo appannato e doppio”
“Non ti muovere che chiamo qualcun altro”
Arrivano una decina e per fortuna che c’è anche Luciano,
lo convinco a caricarmi sulla macchina e portarmi al pronto soccorso.
E’ una stupidaggine ma in quel momento parevano tutti paralizzati
e nessuno chiamava il 118.
Durante il tragitto la vista migliora fino a stabilizzarsi, un bel pensiero in meno
che in quel momento era la cosa che mi preoccupava di più,
arriviamo al pronto soccorso, mi mettono su una barella
svengo dal dolore e mi svegliano a schiaffi,
vedo la mano insanguinata dell’infermiere che capisce che l’ho visto
e mi spiega che non è niente, ho un sassolino infilzato nello zigomo,
me lo toglie con un paio di pinze che se faceva con le mani faceva meno male.
TAC, raggi e polso ingessato, mi hanno cambiato letto almeno 4 volte
e ogni volta era come se mi dessero martellate al bacino e alla fine la promessa che
“Appena arriva una ambulanza ti portiamo a casa tanto col bacino rotto
non possiamo farci niente, devi stare un mese a letto e basta”
Luciano è rimasto sempre con me finché alle dieci non è arrivato Michele.
L’ambulanza arriva a mezzanotte passata, manco dovessimo andare in discoteca,
arrivo a casa alle una e venti.
E’ stato il viaggio peggiore della mia vita, non ho ancora capito se l’autista
andava in cerca delle buche sulla strada o erano le ruote dell’ambulanza che erano ovali,
prendeva le curve più veloce che i rettilinei e io non riuscivo a tenermi
una tribolazione che manco Torquemada avrebbe potuto far peggio.
Arrivati a casa Michele tira fuori un antidolorifico che dovevo prendere un’ora fa.
L’avrei ammazzato! “Hanno detto di non esagerare che è un oppiaceo”
Lo prendo sperando che mi faccia capire che stavo vivendo un sogno,
no, per una volta che volevo sognare è tutto vero,
fortuna che dopo poco mi addormento.
…Segue…




martedì 16 ottobre 2018

La Nicolina


Giustino era piccolo e panciuto, veniva in piazza a fare un bicchiere,
mica a ubriacarsi come tanti, lui si faceva un bicchiere solo se ne valeva la pena,
solo se c’era qualche amico e noi ragazzi ci accostavamo volentieri al bancone
per farlo incazzare ordinando una birra
“Cosa bevete quella porcheria che vi dilata lo stomaco,
meglio una bicchiere di vino liscio che una caraffa di quella roba lì”
“Parli proprio te che a forza di bere vino liscio hai più panza che culo!?”
Poi una sera non s’è visto e c’ha lasciato assetati a guardarci intorno per la piazza.
Era morto la sera, prima di andare a letto, era morto nel cesso
La moglie non l’ha visto arrivare a letto, s’è allarmata e è andata a vedere
la porta era chiusa da dentro e lui non rispondeva, ha chiamato il 118
e quando sono arrivati hanno dovuto rompere il vetro della porta
facendo un po’ di storie perché dicevano ch’era una roba che dovevano fare i pompieri.
L’hanno trovato seduto sul vater appoggiato al muro dietro e alla finestra di fianco.
Morto. E gli hanno dovuto anche fare il bidet.
Figuriamoci che sconquasso in città, una morte così non è mica da tutti i giorni!
uno campa una vita da lavoratore onesto e poi ti va a morire così facendo  ridere tutti.
E’ una morte indecente tanto che qualcuno dice ridendo che
è venuto a mancare nel momento del bisogno,
altri dicono che è stata una botta di culo.
Tutte cazzate di chi vuol per forza ridere di tutto, morti compresi,
a noi però dispiaceva non solo per i bicchieri che pagava ma perché era un amico
certo, potevamo essergli figli ma da queste parti gli amici non hanno età.
La moglie ancora un mese dopo l’evento piangeva dicendo che
s’era dovuto rompere anche il vetro della porta del bagno
come se il problema più grosso fosse quello.
Al funerale c’erano quattro gatti perché quando muore un poveraccio
hanno tutti qualcosaltro da fare
e è lì che abbiamo cominciato a frequentare la Nicolina, la figlia di Giustino,
che s’è fatta la camminata fino al cimitero a braccetto con noi.

Andavamo al cinema, c’andavamo tanto spesso che avevamo i posti fissi,
quarta fila, primo posto Bongo, secondo posto libero perché noi stavamo di traverso
terzo posto io e quarto il Bociolo.
Da un po’ di tempo ci si fermava a discorrere con la Nicolina,
lei era una classe più avanti ma stava con noi quando le altre non c’erano,
perché diceva che quando eravamo in tanti per lei eravamo troppi e si sentiva a disagio.
Poi ha cominciato a occupare il secondo posto al cinema
e una volta ha allungato la mano sotto i cappotti che tenevamo sulle ginocchia,
roba da far saltare sulla poltroncina i play boy più navigati,
il cuore era come un motore che va fuori giri,
tant’è vero che una trentina d’anni dopo m’è venuto un infarto.
Con Bongo se ne parlava e a volte si litigava perché lui voleva venire al mio posto
perché diceva che voleva provare con la mano destra e non con la mancina,
io non cedevo la posizione, perché per una volta che avevo avuto culo…
Lei rideva dei nostri litigi e ci dava degli stronzi ma stava lì,
ogni volta con la mano al nostro posto.
Ovviamente del film non capivo mai un cavolo, anzi,
il più delle volte stavo a occhi chiusi sperando che poi succedesse qualcos’altro.
Mai niente più di questo e mai una parola con nessuno ne’ io ne’ Bongo
e perfino adesso mi pare di infrangere vigliaccamente un segreto.
Non so perché lei facesse sta cosa, credo che la morte del babbo
in quella maniera sconveniente l’abbia segnata,
a quei tempi non era una faccenda che ci interessasse approfondire,
eravamo già a posto così senza farci troppe domande e scomodare la psicologia.
Poi la cosa finì lasciandoci tanto testosterone addosso
che potevamo ingravidare una cavalla solo a guardarla fitto negli occhi.
Una manciata di anni dopo la Nicolina dette alla luce Chiara.
L’aveva avuta da uno studente che poi, finita l’università, s’era dileguato.

Ci sono faccende che non si possono scordare e questa è una di quelle
ma si mettono da parte anche se ogni tanto ti viene in mente che sei stato giovane
e ti son successe cose che possono capitare solo da monelli,
magari hai in mente che siano andate avanti chissà per quanto tempo
e invece sono durate solo una invernata
perché il tempo è d'elastico,si dilata e si restringe secondo regole che conosce solo lui.
Il pensare a quei giorni mi regala una piacevole tenera commozione,
non solo per quel che ci succedeva ma anche per il fatto che eravamo ragazzi
che stavano vivendo intensamente la giovinezza. Insomma mi fa dire:
Magari c’era poco da mangiare ma per il resto non ci siamo fatti mancare niente.

E oggi che  son seduto al bar a scaldarmi al sole d’ottobre leggendo il giornale,
m’è venuta vicino proprio lei, la Nicolina e dopo un festoso saluto
e un po’ di chiacchiere sulle nostre vite davanti a un caffè
abbiamo parlato di quella storia (per la verità l’ha tirata fuori lei,
a me era saltata subito alla mente ma non avevo avuto il coraggio di dire niente).
Non le ho chiesto il motivo di quelle cose, non importava più,
lì per lì ho pensato che non lo sapesse manco lei
e ho fatto finta di non guardarle le mani ma in tutta sincerità l’occhio ce l’ho buttato.
“Siete stati bravi, mai nessuno mi ha detto di questa nostra cosa,
è rimasta un nostro segreto e per questo vi ho apprezzato, anzi adesso ti do un bacio”
S’è alzata e è andata via.
M’è sembrato sconveniente chiederle in quale cinema andava e l’ho salutata.


venerdì 13 luglio 2018

La signora Alba e il suo Federico


“Babbo, mamma, fratelli, Federico, non c’è nessuno?”
Rannicchiata sul letto per tutta la sera e anche la notte ha continuato a dire questa frasetta,
gli infermieri passavano davano un’occhiata e filavano via
qualcuno si scomodava a entrare e dare uno sguardo ma nessuno che le dicesse una parola.
La mattina quando sono arrivato dormiva 
di sicuro per la stanchezza di una notte passata in bianco e quando s’è svegliata
ha chiesto dell’acqua e allora mi sono avvicinato per dargliela
“Signora come sta?”
“Adesso bene, ma stanotte mi sa che avevo la testa per aria
e non capivo bene neanche dove ero e perché non fossi nel mio letto”
“Dev’essere stato l’effetto della morfina, mia moglie mi ha detto che cercava i suoi
e anche un certo Federico; è suo marito?”
“ Si, anzi no, non è marito perché non ci siamo mai sposati, è stato il mio uomo,
adesso si dice compagno ma noi non siamo mica comunisti,
non ci siamo mai interessati di politica”
Accenna un sorriso come avesse detto una battuta divertente.
La signora Alba ha rotto il femore e adesso è con noi nel reparto Ortopedia,
è già stata operata e adesso avrà qualche giorno di degenza prima che sia riportata a casa,
si capisce che sta soffrendo ma non si lamenta mai,
nonostante i suoi 89 anni è sveglia e parla un italiano corretto e a volte anche un po’ antico.
Ha le braccia con parecchi lividi e la pelle le avanza anche nelle gambe
che non si cura per niente di coprire anche in mia presenza.
In un ospedale non è possibile chiamare gli infermieri per ogni bisogno
per cui per le faccende semplici come dare l’acqua, tirare su il letto o aiutarla a mangiare
ci penso io che tanto sto lì con mia moglie e a volte ci prendiamo qualche confidenza
tanto che un giorno mi dice di sedermi vicino a lei che ha da raccontarmi una cosa.
“Sa Paolo, io ero una maestra e abitavo a San Rocco,
avevo una casa davanti alla stazione del treno,
appena finiti di studi magistrali sono rimasta orfana di entrambi i genitori
e forse proprio per questo ho trovato subito il posto nella scuola di fianco a casa.
Vivere soli non è una bella cosa
ma con gli anni mi sono abituata e stavo bene con me stessa e con i miei gatti
tanto che ho rifiutato le avances di alcuni uomini, persino il sindaco mi aveva trovato
un buon partito raccomandandomi di pensarci bene e non rifiutare ancora
ma io stavo bene così e sono arrivata signorina fino oltre i cinquant’anni.
Il paese non è grande e di treni ne passano pochi
per cui il bar che era alla stazione un giorno chiuse
e fu sostituito da una di quelle macchinette che distribuiscono bibite e merendine
e una che distribuisce caffè e cioccolata.
Tutte le settimane un uomo andava a rimpiazzare il venduto e io lo vedevo dalla finestra.
Lo smercio non doveva essere tanto e io pensai di dover aiutare quell’uomo
alto, sottile e dai gesti misurati e dai modi gentili,
dovevo fare qualcosa affinché non dovesse perdere quel lavoro
e allora la mattina invece di fare colazione a casa andavo in stazione
prendevo una di quelle merendine da mangiar subito e una per l’ora di ricreazione,
a volte ne prendevo anche di più per offrirle a qualche collega,
e anche a metà pomeriggio andavo far merenda o a sorseggiare una cioccolata calda.
Pian piano cominciai ad aspettarlo e quando arrivava mi offriva un caffè
e scambiavamo due chiacchiere finché lui non era costretto ad andarsene col suo furgone.
Era d’estate e la scuola era finita, una mattina mi presentai in stazione con due valigie
in cui avevo messo tutte le mie cose e quando arrivò si stupì nel vedermi pronta a partire
e mi chiese dove andassi, gli risposi che se era d’accordo sarei andata a vivere con lui.
Salimmo sul furgone e partimmo.
Avevo lasciato la scuola e vivemmo insieme nella sua casa,
lui andava via la mattina col furgone e io facevo le faccende di casa,
qualche ripetizione nel pomeriggio ai pochi ragazzi che avevano bisogno di fare i compiti
e quando tornava la sera curavamo l’orto dietro casa,
una vita semplice che ci ha visto felici per parecchi anni.
Una volta tornò a casa con un grande pacco e quando l’aprì ne venne fuori un gran televisore
che sistemammo nella saletta così a volte la sera invece di fare le parole incrociate
o leggere un libro accostavamo le poltroncine e guardavamo insieme qualche film,
io mettevo il braccio sul bracciolo e lui infilava la sua mano sotto la mia,
parlavamo poco ma quel silenzio era pieno di affetto, di rispetto, credo anche di amore.”
“Ma perché signora racconta queste cose a me che per lei sono uno sconosciuto?”
“Perché qualcuno deve sapere che ci si può voler bene anche rispettandosi,
lui l’anno scorso se n’è andato e prima di lasciarmi s’è scusato per avermi lasciato signorina
gli ho risposto che l’ho apprezzato anche per quello.
Vede signor Paolo, non c’è bisogno di essere smodati, l’affetto è anche nei piccoli gesti,
in un caffè preparato con cura, in una mano che ti sfiora o nelle coperte rimboccate,
noi abbiamo vissuto così la nostra vita e le garantisco che è stata piena,
Pensi che un paio di volte siamo andati anche a fare una gita e abbiamo dormito in un albergo
ma son cose che non fanno per noi, tutta quella gente che non ci saluta
e che se la saluti ti pare di essere scortese, quelle strade che non si conoscono
e quelle case in ci non sai chi ci abita, no, l’abbiamo fatto solo un paio di volte.
Dopo la dipartita del mio Federico ho vissuto da sola per un po’ di tempo
poi il fratello mi ha convinto ad andare in un ricovero per anziani,
ho lasciato a lui la mia casa e lui paga la differenza della retta
perché la mia pensione non è sufficiente a mantenermi alla residenza per anziani.
Vede signor Paolo, io so bene che alla mia età la rottura di un femore può essere letale,
sto soffrendo perché ho tanto dolore ma penso che presto potrò raggiungere il mio Federico
e ci potremo mettere insieme seduti su una nuvola tutta nostra
e guardare di lassù il sole che sale dal mare e cala dietro ai monti,
lui metterà una mano sotto la  mia e saremo ancora felici.”
Mi sono alzato dalla sedia a testa bassa per non far vedere le lacrime
che scendevano come da una fontana e mi son fiondato in bagno a lavarmi la faccia.




lunedì 4 giugno 2018

Viva la solitudine (o quasi)


Cerco di avvicinare la prua alla banchina tirando la cima d’ormeggia
ma lei salta troppo presto, scivola e cade malamente.
Capisco al volo che è grave e corro alla macchina per portarla al pronto soccorso
ma quando torno vedo che la coscia è troppo gonfia e corta e immagino che sia rotto il femore
nel frattempo si avvicina uno che dice di essere un ortopedico
e le sistema la gamba in modo che le faccia meno dolore,
solo dopo sapremo che è il primario di ortopedia che ha una barca ed era lì.
Arriva l’ambulanza la mettono sul “cucchiaio” e la portano via.
Tra operazione e degenza passiamo una settimana in ospedale
e poi adesso toccherà passare un mese alla riabilitazione in regime di ricovero.
Vado a trovarla tutti i giorni  anche se non è proprio dietro l’angolo,
ogni giorno è più depressa anche perché è ricoverata in un reparto dove ci sono parecchi anziani
e ogni tanto ce n’è qualcuno che parte per la tangente e urla che vuole la mamma,
uno che urla giorno e notte “Aiutatemi”
ma quando si avvicinano gli infermieri non sa dire cosa vuole,
poi c’è gente che russa come un caterpillar
e altri che per tutta la notte suonano il campanello per cambiare il pannolone,
l’altro giorno una signora ha tirato giù una fila di stecche
che neanche un camallo riusciva a dirle tutte,
insomma, sarebbe l’ambiente ideale per uno che soffre d’insonnia
ma per una che ha da guarire lascia un po’ a desiderare.
Io intanto ho imparato a lavare i piatti, i panni e anche a stirarmi le camicie,
pulire casa, passare l’aspirapolvere e lo straccio,
mi son messo a fare tutte le cose come mi pare giusto
senza avere qualcuno che mi dica di farle così o cosà.
La solitudine non è certo una cosa bellissima,
ma si può sopportare e ha perfino i suoi lati positivi, posso girare per casa in mutande,
stravaccarmi sul divano e farmi una birra a mezzanotte,
la doccia nel bagno buono o tagliarmi le unghie dei piedi in salotto.          
insomma tutto quello che si può fare solo quando non c’è lei,
è bello anche sapere che ti basti, non hai bisogno d'altri
ed è piacevole anche non sentire tutto il giorno una che parla in continuazione
che è ferrata su tutti gli argomenti perché lei segue tutti i talk show,
anche se li danno alla stessa ora su canali diversi,
è bellissimo anche non avere quelle tre o quattro befane delle sue amiche per casa
che mi chiedono di continuo “Te cosa ne pensi?”
sapendo già che di quel che penso io non gliene frega niente.
Detto ciò non posso negare che un po’ mi manca
ma in fondo a pensarci bene non è la solitudine o la sua mancanza che mi pesano,
è che in casa, ora che son solo, non so con chi litigare.