martedì 8 gennaio 2019

La Sarchiapona



Sono sicuro che sia andata così perché le conoscevo, le conoscevo bene tutte quattro
perché erano sempre a casa nostra la Mimina, la Diana, lei, la Graziella e mamma
e quando lassù è arrivata lei si sono incazzate tutte tre dicendo che come al solito
“Sei sempre l’ultima e tocca aspettare sempre a te”
è andata certamente così, anche per chi non crede che dopo ci sia qualcosa.
La Sarchiapona, come la chiamavamo noi di casa, era la migliore amica di mamma
unite da una sana vita di stenti trascorsi felicemente insieme,
consapevoli che la povertà non fosse una vergogna
ma una occasione per essere contente del poco che arrivava
anche quando non c’era niente da mettere in tavola,
“Te apparecchia, quando hai apparecchiato c’hai già mezza cena”.
Mamma vendeva un po' di roba intima in casa,
mutande, canottiere e pizzi al tombolo portati da una vecchietta di Offida 
che arrivava con la corriera una volta al mese, poco smercio tanto per arrotondare,
una mattina arriva lei a comprare un paio di mutande per Chefagg (il soprannome del marito)
mamma gli dà la quarta e lei dice che lui adesso vuole la quinta
"Perché è cresciuto davanti?"
"Magari, lì amò (ormai) non c'è speranza, è il dietro che gli cresce!"
Discorsi di donne che sanno tutto l'una dell'altra
e però ogni volta che vedevo Chefagg pensavo
al davanti rinsecchito e al dietro grasso e ridevo da solo.
Lei aveva una bottega di scarpe e ricordo che una sera
tornando a casa tutto bagnato misi le scarpe dentro il forno della stufa
che a quell’ora ormai era spenta.
la mattina mamma accende la stufa senza accorgersi delle scarpe
così quando mi alzo trovo nel forno due carboncini.
Era domenica e mi toccò andare dalla Sarchiapona in ciabatte,
lei mi diede un bel paio di scarpe e quanto chiesi “Quanto costano?”
mi rispose di dire a mamma che me le aveva regalate lei e che non mi menasse.
Ecco, queste erano le amicizie di una volta.
Amiche loro e amici noi figli, son cresciuto con la Rita e la Stefania
e quando m’hanno telefonato per dirmi che erano diventate orfane
m’hanno chiesto di non andare all’accompagno “Che sei tutto rotto”
Ma non si poteva mancare e quando m’hanno visto tra i banchi della chiesa
mi sono venute addosso che per poco non cadiamo tutti tre.
Era l’unico filo rimasto, adesso è reciso anche quello
e siamo davvero tutti orfanelli e anche se vecchi genitori
cerchiamo ancora a volte inutilmente i nostri.

sabato 22 dicembre 2018

Fuga dal letto


C’è un momento in cui hai paura di non farcela
o almeno non vedi la luce in fondo al tunnel,
non avrei mai pensato che sto momento arrivasse a me
e invece dopo una settimana che stavo lì a sudare
perché come antidolorifico mi avevano dato la tachipirina 1000
a tribolare perché ad ogni movimento avevo dolore alla gamba
e al polso perché l’ingessatura era troppo stretta,
è arrivata Bianca e m’ha detto “ Nonno non soffrire”,
ci sono rimasto male, la mia nipotina si preoccupava per me
mentre ancora dovevo essere io a preoccuparmi per lei.
La mattina dopo ho fatto chiamare un amico che m’ha aiutato a fare un buco nel gesso
Basta tachipirina e giù con roba pesante, basta dolore.
per rinascere s’ha da toccare il fondo.
Tempo una settimana e il gesso non c’era più,
l’ho tagliato con le forbici da elettricista e mi son messo un tutore
che m’ha imprestato mio fratello che lui per i polsi rotti è attrezzato bene.
Nel frattempo l’infermiere che sta di sopra mi ha prestato un letto con le sponde
mi ha detto che c’è morto il cognato di Salvatore Fiume l’artista
come dire che è vero che c’è già morto uno ma aveva un parente importante!
Non dormo, faccio solo pisolini svegliandomi di soprassalto
perché sogno di cadere da dirupi, da palazzi e da tutto quello che è alto,
vedo pubblicità di gente che si tuffa per arrivare fino all’amata,
io cado malamente e non arrivo mai a terra, (meno male).
Faccio fatica anche a leggere libri (ne avevo messi da parte un baule)
perché se casco in un capitolo noioso mi addormento
 e poi mi tocca ricominciare daccapo, gli audiolibri addirittura conciliano..
Avevo telefonato a Nela e lei m’ha messo in contatto con l’Amanda,
ci siamo scambiati un paio di telefonate e poi parecchi whatsapp
che m’hanno tenuto su, non credevo che mi sarebbe stato di aiuto
il contatto con chi non conoscevo di persona, per la verità io son sempre stato scettico
a considerare amici quelli che non conosco dal vivo. Sbagliavo.
A stare a letto si imparano un sacco di cose, per esempio
se st’estate trovavo i ragni vicino al pavimento adesso che è freddo
stanno lassù vicino al soffitto dove è più caldo
e io ne ho due che stanno proprio sopra la mia testa
e li seguo tutti i giorni nei loro rari e brevi spostamenti
e mi chiedo perché abbiano le gambe così lunghe se poi si spostano così poco.
I denti si sporcano più facilmente e mi tocca lavarli più spesso
perché non mi piace sentire con la lingua che non sono lisci.
Mangio poco e dimagrisco, in un mese che sono stato a letto ho perso sei chili e mezzo
a me andrebbe bene anche così ma adesso che giro per casa col “deambulatore ascellare”
sto recuperando qualche etto soprattutto perché la gente che mi viene a trovare
porta cioccolatini, torroncini e dolciumi e io faccio fatica a resistere.
Secondo me portano i cioccolatini perché quando sono stati male loro
glieli hanno portati e adesso li riciclano,
non vedo l’ora che stia male qualche amico che ho un cassetto di cioccolatini da smaltire.
Il guaio di star male per lungo tempo è che hai tua moglie sempre intorno
che se ti tiri su nel letto vuol metterti per forza la sua sciarpa di peli
che ti vanno tutti in bocca e ti tocca sputare di continuo,
poi per tutto il giorno non fa altro che chiederti se vuoi la padella
se ti può fare il bidet se hai fatto la piscia,
se è poca e non hai bevuto se è troppa “Ma quanto bevi!”
Dico queste intimità perché per la botta che ho avuto
per alcuni giorni non sono riuscito a svolgere le mie care funzioni.
La Cosetta mi telefonava per sapere se avevo fatto la cacca
“Ma che ti frega a te se la faccio o no”
“La Bruna è preoccupata perché non la fai”
“BRUNAAA ma che cazzo vai a dire in giro dei miei bisogni!”
e così si incomincia a litigare per tutte le cazzate possibili.
Adesso poi che c’è il natale vicino e io sono impedito
lei si sfoga a comprare tutto quel che può
tanto che m’ha telefonato il direttore della banca
e m’ha chiesto se stiamo comprando casa; vuol darci un mutuo.
Non sopporto di star male e essere così in balia di mia moglie
non voglio essere in balia di nessuno le grinfie degli altri mi infastidiscono
già sopporto malamente le imposizioni che mi faccio da solo, figuriamoci quelle degli altri!.
Come se non bastasse le notizie che arrivano dai giornali non sono per niente rassicuranti,
un manipolo di idioti s’è impadronito del potere e non ho capito se
siamo al livello del ‘68 quando urlavamo fantasia al potere
o siamo nelle mani di fantasiosi dementi che ci vogliono rovinare.
Ho fatto i raggi e m’hanno detto che l’acetabolo (quello rotto) va bene
e sta guarendo, per il polso ci vuole ancora parecchio
ma io so già che appena capisco che con quella mano
riesco a cambiare le marce col cavolo che resto a casa!


lunedì 17 dicembre 2018

E adesso sono qui


E adesso sono qui, nel fondo di un letto a pensare come sia successo
e più ci penso e meno me lo ricordo, c’è un buco nella memoria
ricordo solo che ho allungato una mano per prendere la maniglia
e poi mi rivedo a terra, quello che ci sta in mezzo è buio pesto.
E’ dalla mattina presto che mi son messo a preparare la barca per l’alaggio,
ho tolto le vele le ho lavate, stese e piegate per bene,
sfilato le drizze e messo da parte le scotte per lavarle,
smontato la linea d’ormeggio che non potevo lasciarla lì,
non ho neanche pranzato e quando mi hanno telefonato
per dirmi che toccava a me ho portato la barca sotto la gru.
Inutile dire che ho aspettato inutilmente quell’idiota
che aveva promesso “ Mi libero e vengo, alle due sono lì”
Son più scemo io che credo alle sue promesse,
sta di fatto che m’ha toccato fare tutto da solo
e anche adesso che avrei bisogno senza meno, lui non c’è.
La barca alata è sul carrello e io prendo una scala
per finire di sistemare e chiuderla che per st’inverno non la tocco più
ma ad un tratto succede tutto e io adesso non ricordo come,
mi ritrovo per terra che non riesco a dire niente,
 mi viene in mente che lì vicino c’era Massimiliano,
lo chiamo ma non esce un filo di voce poi finalmente un urlo.
E’ il suo, io riesco solo a sussurrare “La testa, la testa”
“Cos’hai alla testa”
“Non so, vedo appannato e doppio”
“Non ti muovere che chiamo qualcun altro”
Arrivano una decina e per fortuna che c’è anche Luciano,
lo convinco a caricarmi sulla macchina e portarmi al pronto soccorso.
E’ una stupidaggine ma in quel momento parevano tutti paralizzati
e nessuno chiamava il 118.
Durante il tragitto la vista migliora fino a stabilizzarsi, un bel pensiero in meno
che in quel momento era la cosa che mi preoccupava di più,
arriviamo al pronto soccorso, mi mettono su una barella
svengo dal dolore e mi svegliano a schiaffi,
vedo la mano insanguinata dell’infermiere che capisce che l’ho visto
e mi spiega che non è niente, ho un sassolino infilzato nello zigomo,
me lo toglie con un paio di pinze che se faceva con le mani era meglio.
TAC, raggi e polso ingessato, mi hanno cambiato letto almeno 4 volte
e ogni volta era come se mi dessero martellate al bacino e alla fine la promessa che
“Appena arriva una ambulanza ti portiamo a casa tanto col bacino rotto
non possiamo farci niente, devi stare un mese a letto e basta”
Luciano è rimasto sempre con me finché alle dieci non è arrivato Michele.
L’ambulanza arriva a mezzanotte passata, manco dovessimo andare in discoteca,
arrivo a casa alle una e venti.
E’ stato il viaggio peggiore della mia vita, non ho ancora capito se l’autista
andava in cerca delle buche sulla strada o erano le ruote dell’ambulanza che erano ovali,
prendeva le curve più veloce che i rettilinei e io non riuscivo a tenermi
una tribolazione che manco Torquemada avrebbe potuto far peggio.
Arrivati a casa Michele tira fuori un antidolorifico che dovevo prendere un’ora fa.
L’avrei ammazzato! “Hanno detto di non esagerare che è un oppiaceo”
Lo prendo sperando che mi faccia capire che stavo vivendo un sogno,
no, per una volta che volevo sognare è tutto vero,
fortuna che dopo poco mi addormento.
…Segue…




martedì 16 ottobre 2018

La Nicolina


Giustino era piccolo e panciuto, veniva in piazza a fare un bicchiere,
mica a ubriacarsi come tanti, lui si faceva un bicchiere solo se ne valeva la pena,
solo se c’era qualche amico e noi ragazzi ci accostavamo volentieri al bancone
per farlo incazzare ordinando una birra
“Cosa bevete quella porcheria che vi dilata lo stomaco,
meglio una bicchiere di vino liscio che una caraffa di quella roba lì”
“Parli proprio te che a forza di bere vino liscio hai più panza che culo!?”
Poi una sera non s’è visto e c’ha lasciato assetati a guardarci intorno per la piazza.
Era morto la sera, prima di andare a letto, era morto nel cesso
La moglie non l’ha visto arrivare a letto, s’è allarmata e è andata a vedere
la porta era chiusa da dentro e lui non rispondeva, ha chiamato il 118
e quando sono arrivati hanno dovuto rompere il vetro della porta
facendo un po’ di storie perché dicevano ch’era una roba che dovevano fare i pompieri.
L’hanno trovato seduto sul vater appoggiato al muro dietro e alla finestra di fianco.
Morto. E gli hanno dovuto anche fare il bidet.
Figuriamoci che sconquasso in città, una morte così non è mica da tutti i giorni!
uno campa una vita da lavoratore onesto e poi ti va a morire così facendo  ridere tutti.
E’ una morte indecente tanto che qualcuno dice ridendo che
è venuto a mancare nel momento del bisogno,
altri dicono che è stata una botta di culo.
Tutte cazzate di chi vuol per forza ridere di tutto, morti compresi,
a noi però dispiaceva non solo per i bicchieri che pagava ma perché era un amico
certo, potevamo essergli figli ma da queste parti gli amici non hanno età.
La moglie ancora un mese dopo l’evento piangeva dicendo che
s’era dovuto rompere anche il vetro della porta del bagno
come se il problema più grosso fosse quello.
Al funerale c’erano quattro gatti perché quando muore un poveraccio
hanno tutti qualcosaltro da fare
e è lì che abbiamo cominciato a frequentare la Nicolina, la figlia di Giustino,
che s’è fatta la camminata fino al cimitero a braccetto con noi.

Andavamo al cinema, c’andavamo tanto spesso che avevamo i posti fissi,
quarta fila, primo posto Bongo, secondo posto libero perché noi stavamo di traverso
terzo posto io e quarto il Bociolo.
Da un po’ di tempo ci si fermava a discorrere con la Nicolina,
lei era una classe più avanti ma stava con noi quando le altre non c’erano,
perché diceva che quando eravamo in tanti per lei eravamo troppi e si sentiva a disagio.
Poi ha cominciato a occupare il secondo posto al cinema
e una volta ha allungato la mano sotto i cappotti che tenevamo sulle ginocchia,
roba da far saltare sulla poltroncina i play boy più navigati,
il cuore era come un motore che va fuori giri,
tant’è vero che una trentina d’anni dopo m’è venuto un infarto.
Con Bongo se ne parlava e a volte si litigava perché lui voleva venire al mio posto
perché diceva che voleva provare con la mano destra e non con la mancina,
io non cedevo la posizione, perché per una volta che avevo avuto culo…
Lei rideva dei nostri litigi e ci dava degli stronzi ma stava lì,
ogni volta con la mano al nostro posto.
Ovviamente del film non capivo mai un cavolo, anzi,
il più delle volte stavo a occhi chiusi sperando che poi succedesse qualcos’altro.
Mai niente più di questo e mai una parola con nessuno ne’ io ne’ Bongo
e perfino adesso mi pare di infrangere vigliaccamente un segreto.
Non so perché lei facesse sta cosa, credo che la morte del babbo
in quella maniera sconveniente l’abbia segnata,
a quei tempi non era una faccenda che ci interessasse approfondire,
eravamo già a posto così senza farci troppe domande e scomodare la psicologia.
Poi la cosa finì lasciandoci tanto testosterone addosso
che potevamo ingravidare una cavalla solo a guardarla fitto negli occhi.
Una manciata di anni dopo la Nicolina dette alla luce Chiara.
L’aveva avuta da uno studente che poi, finita l’università, s’era dileguato.

Ci sono faccende che non si possono scordare e questa è una di quelle
ma si mettono da parte anche se ogni tanto ti viene in mente che sei stato giovane
e ti son successe cose che possono capitare solo da monelli,
magari hai in mente che siano andate avanti chissà per quanto tempo
e invece sono durate solo una invernata.
Il pensare a quei giorni mi regala una piacevole tenera commozione,
non solo per quel che ci succedeva ma anche per il fatto che eravamo ragazzi
che stavano vivendo intensamente la giovinezza. Insomma mi fa dire:
Magari c’era poco da mangiare ma per il resto non ci siamo fatti mancare niente.
E oggi che  son seduto al bar a scaldarmi al sole d’ottobre leggendo il giornale,
m’è venuta vicino proprio lei, la Nicolina e dopo un festoso saluto
e un po’ di chiacchiere sulle nostre vite davanti a un caffè
abbiamo parlato di quella storia (per la verità l’ha tirata fuori lei,
a me era saltata subito alla mente ma non avevo avuto il coraggio di dire niente).
Non le ho chiesto il motivo di quelle cose, non importava più,
lì per lì ho pensato che non lo sapesse manco lei
e ho fatto finta di non guardarle le mani ma in tutta sincerità l’occhio ce l’ho buttato.
“Siete stati bravi, mai nessuno mi ha detto di questa nostra cosa,
è rimasta un nostro segreto e per questo vi ho apprezzato, anzi adesso ti do un bacio”
S’è alzata e è andata via.
M’è sembrato sconveniente chiederle in quale cinema andava e l’ho salutata.


venerdì 13 luglio 2018

La signora Alba e il suo Federico


“Babbo, mamma, fratelli, Federico, non c’è nessuno?”
Rannicchiata sul letto per tutta la sera e anche la notte ha continuato a dire questa frasetta,
gli infermieri passavano davano un’occhiata e filavano via
qualcuno si scomodava a entrare e dare uno sguardo ma nessuno che le dicesse una parola.
La mattina quando sono arrivato dormiva 
di sicuro per la stanchezza di una notte passata in bianco e quando s’è svegliata
ha chiesto dell’acqua e allora mi sono avvicinato per dargliela
“Signora come sta?”
“Adesso bene, ma stanotte mi sa che avevo la testa per aria
e non capivo bene neanche dove ero e perché non fossi nel mio letto”
“Dev’essere stato l’effetto della morfina, mia moglie mi ha detto che cercava i suoi
e anche un certo Federico; è suo marito?”
“ Si, anzi no, non è marito perché non ci siamo mai sposati, è stato il mio uomo,
adesso si dice compagno ma noi non siamo mica comunisti,
non ci siamo mai interessati di politica”
Accenna un sorriso come avesse detto una battuta divertente.
La signora Alba ha rotto il femore e adesso è con noi nel reparto Ortopedia,
è già stata operata e adesso avrà qualche giorno di degenza prima che sia riportata a casa,
si capisce che sta soffrendo ma non si lamenta mai,
nonostante i suoi 89 anni è sveglia e parla un italiano corretto e a volte anche un po’ antico.
Ha le braccia con parecchi lividi e la pelle le avanza anche nelle gambe
che non si cura per niente di coprire anche in mia presenza.
In un ospedale non è possibile chiamare gli infermieri per ogni bisogno
per cui per le faccende semplici come dare l’acqua, tirare su il letto o aiutarla a mangiare
ci penso io che tanto sto lì con mia moglie e a volte ci prendiamo qualche confidenza
tanto che un giorno mi dice di sedermi vicino a lei che ha da raccontarmi una cosa.
“Sa Paolo, io ero una maestra e abitavo a San Rocco, avevo una casa davanti alla stazione del treno,
appena finiti di studi magistrali sono rimasta orfana di entrambi i genitori
e forse proprio per questo ho trovato subito il posto nella scuola di fianco a casa.
Vivere soli non è una bella cosa
ma con gli anni mi sono abituata e stavo bene con me stessa e con i miei gatti
tanto che ho rifiutato le avances di alcuni uomini, persino il sindaco mi aveva trovato
un buon partito raccomandandomi di pensarci bene e non rifiutare ancora
ma io stavo bene così e sono arrivata signorina fino oltre i cinquant’anni.
Il paese non è grande e di treni ne passano pochi per cui il bar che era alla stazione un giorno chiuse e fu sostituito da una di quelle macchinette che distribuiscono bibite e merendine
e una che distribuisce caffè e cioccolata.
Tutte le settimane un uomo andava a rimpiazzare il venduto e io lo vedevo dalla finestra.
Lo smercio non doveva essere tanto e io pensai di dover aiutare quell’uomo
alto, sottile e dai gesti misurati e dai modi gentili,
dovevo fare qualcosa affinché non dovesse perdere quel lavoro
e allora la mattina invece di fare colazione a casa andavo in stazione
prendevo una di quelle merendine da mangiar subito e una per l’ora di ricreazione,
a volte ne prendevo anche di più per offrirle a qualche collega,
e anche a metà pomeriggio andavo far merenda o a sorseggiare una cioccolata calda.
Pian piano cominciai ad aspettarlo e quando arrivava mi offriva un caffè
e scambiavamo due chiacchiere finché lui non era costretto ad andarsene col suo furgone.
Era d’estate e la scuola era finita, una mattina mi presentai in stazione con due valigie
in cui avevo messo tutte le mie cose e quando arrivò si stupì nel vedermi pronta a partire
e mi chiese dove andassi, gli risposi che se era d’accordo sarei andata a vivere con lui.
Salimmo sul furgone e partimmo.
Avevo lasciato la scuola e vivemmo insieme nella sua casa,
lui andava via la mattina col furgone e io facevo le faccende di casa,
qualche ripetizione nel pomeriggio ai pochi ragazzi che avevano bisogno di fare i compiti
e quando tornava la sera curavamo l’orto dietro casa,
una vita semplice che ci ha visto felici per parecchi anni.
Una volta tornò a casa con un grande pacco e quando l’aprì ne venne fuori un gran televisore
che sistemammo nella saletta così a volte la sera invece di fare le parole incrociate
o leggere un libro accostavamo le poltroncine e guardavamo insieme qualche film,
io mettevo il braccio sul bracciolo e lui infilava la sua mano sotto la mia,
parlavamo poco ma quel silenzio era pieno di affetto, di rispetto, credo anche di amore.”
“Ma perché signora racconta queste cose a me che per lei sono uno sconosciuto?”
“Perché qualcuno deve sapere che ci si può voler bene anche rispettandosi,
lui l’anno scorso se n’è andato e prima di lasciarmi s’è scusato per avermi lasciato signorina
gli ho risposto che l’ho apprezzato anche per quello.
Vede signor Paolo, non c’è bisogno di essere smodati, l’affetto è anche nei piccoli gesti,
in un caffè preparato con cura, in una mano che ti sfiora o nelle coperte rimboccate,
noi abbiamo vissuto così la nostra vita e le garantisco che è stata piena,
Pensi che un paio di volte siamo andati anche a fare una gita e abbiamo dormito in albergo
ma son cose che non fanno per noi, tutta quella gente che non ci saluta
e che se la saluti ti pare di essere scortese, quelle strade che non si conoscono
e quelle case in ci non sai chi ci abita, no, l’abbiamo fatto solo un paio di volte.
Dopo la dipartita del mio Federico ho vissuto da sola per un po’ di tempo
poi il fratello mi ha convinto ad andare in un ricovero per anziani,
ho lasciato a lui la mia casa e lui paga la differenza della retta
perché la mia pensione non è sufficiente a mantenermi alla residenza per anziani.
Vede signor Paolo, io so bene che alla mia età la rottura di un femore può essere letale,
sto soffrendo perché ho tanto dolore ma penso che presto potrò raggiungere il mio Federico
e ci potremo mettere insieme seduti su una nuvola tutta nostra
e guardare di lassù il sole che sale dal mare e cala dietro ai monti,
lui metterà una mano sotto la  mia e saremo ancora felici.”
Mi sono alzato dalla sedia a testa bassa per non far vedere le lacrime
che scendevano come da una fontana e mi son fiondato in bagno a lavarmi la faccia.




lunedì 4 giugno 2018

Viva la solitudine (o quasi)


Cerco di avvicinare la prua alla banchina tirando la cima d’ormeggia
ma lei salta troppo presto, scivola e cade malamente.
Capisco al volo che è grave e corro alla macchina per portarla al pronto soccorso
ma quando torno vedo che la coscia è troppo gonfia e corta e immagino che sia rotto il femore
nel frattempo si avvicina uno che dice di essere un ortopedico
e le sistema la gamba in modo che le faccia meno dolore,
solo dopo sapremo che è il primario di ortopedia che ha una barca ed era lì.
Arriva l’ambulanza la mettono sul “cucchiaio” e la portano via.
Tra operazione e degenza passiamo una settimana in ospedale
e poi adesso toccherà passare un mese alla riabilitazione in regime di ricovero.
Vado a trovarla tutti i giorni  anche se non è proprio dietro l’angolo,
ogni giorno è più depressa anche perché è ricoverata in un reparto dove ci sono parecchi anziani
e ogni tanto ce n’è qualcuno che parte per la tangente e urla che vuole la mamma,
uno che urla giorno e notte “Aiutatemi”
ma quando si avvicinano gli infermieri non sa dire cosa vuole,
poi c’è gente che russa come un caterpillar
e altri che per tutta la notte suonano il campanello per cambiare il pannolone,
l’altro giorno una signora ha tirato giù una fila di stecche
che neanche un camallo riusciva a dirle tutte,
insomma, sarebbe l’ambiente ideale per uno che soffre d’insonnia
ma per una che ha da guarire lascia un po’ a desiderare.
Io intanto ho imparato a lavare i piatti, i panni e anche a stirarmi le camicie,
pulire casa, passare l’aspirapolvere e lo straccio,
mi son messo a fare tutte le cose come mi pare giusto
senza avere qualcuno che mi dica di farle così o cosà.
La solitudine non è certo una cosa bellissima,
ma si può sopportare e ha perfino i suoi lati positivi, posso girare per casa in mutande,
stravaccarmi sul divano e farmi una birra a mezzanotte,
la doccia nel bagno buono o tagliarmi le unghie dei piedi in salotto.          
insomma tutto quello che si può fare solo quando non c’è lei,
è piacevole anche non sentire tutto il giorno una che parla in continuazione
che è ferrata su tutti gli argomenti perché lei segue tutti i talk show,
anche se li danno alla stessa ora su canali diversi,
è bellissimo anche non avere quelle tre o quattro befane delle sue amiche per casa
che mi chiedono di continuo “Te cosa ne pensi?”
sapendo già che di quel che penso io non gliene frega niente.
Detto ciò non posso negare che un po’ mi manca
ma in fondo a pensarci bene non è la solitudine o la sua mancanza che mi pesano,
è che in casa, ora che son solo, non so con chi litigare.

mercoledì 21 marzo 2018

La Cunilla


S’era innamorata come facevano e fanno ancora tutte le ragazze
ma il suo era un amore più disperato che impossibile,
era troppa la differenza sociale, lui dottore e lei…niente,
lei faceva parte di quella umanità che non si capisce come faccia a vivere,
fatta di disoccupazione, digiuno e privazioni d’ogni sorta
A volte passavo davanti a casa loro e vedevo dalla porta sempre aperta il vano buio
e il pavimento di terra e mi dicevo che in quelle condizioni era difficile anche sognare.
E invece lei un sogno ce l’aveva, era forse impossibile ma se non ci sono i sogni
non sarebbe possibile niente, anzi, soprattutto quelli impossibili sono i più stimolanti
e lei era talmente stimolata dal suo sogno che le nasce la voglia di una condizione migliore
almeno all’apparenza e nella mente di una giovane ragazza innamorata
cominciano a frullare strani pensieri fino al giorno in cui prende la corriera,
va in città e si mette ad aspettare sotto un ponte.
Non c’è molto da aspettare e dai primi incontri che la fanno arrossire
si fa presto a passare a un mestiere consolidato, il prezzo basso e il passaparola
fanno diventare quel posto più frequentato di un forno di paese.
Lei si divide tra i clienti e a tutti fa fretta perché
“Mi parte la corriera e ancora c’è qualcuno che aspetta. Muoviti dai fai in fretta”
e tutti di dimenavano come matti per fare alla svelta finché,
non conoscendo il suo vero nome, cominciano a chiamarla “La Cunilla”
(La Coniglia) per la velocità con cui quei simpatici animali fanno le loro trombatelle.
Certo in paese la differenza si vede. vestiti nuovi, un filo di rossetto, parrucchiera
e soprattutto passeggiate in piazza dove non s’era praticamente mai vista.
Ma la vita è strana e quando a casa si accorgono di questi facili guadagni
le mettono di fronte il resto della famiglia da sfamare e a quel punto
non è difficile capire che lavorare veloci va bene ma c’è un limite a tutto
anche se chi aspetta con la bocca spalancata pare non saperlo
e quando non ne arriva abbastanza (e non è mai abbastanza) s’incazza e gliene fa una colpa.

Ieri ero in paese e passando in piazza l’ho vista camminare incerta
lì per lì non l’ho riconosciuta, poi ho creduto di conoscerla ma non mi ricordavo chi era,
ma alla fine ho capito che era lei, ma certo che era lei, la Cunilla!
Ho idea che in paese quasi nessuno conosca il suo vero nome, si chiama Anna,
e anche quello le è stato tolto dal branco di coraggiosi pecoroni di paese.
Oggi vive ( si fa per dire) in un ricovero e siccome è ancora fisicamente autonoma
esce a fare piccoli servizi, a comprare questo e quello
e non manca di passare davanti a qualche bar a chiedere per favore un bicchiere di vino
e allora tra due chiacchiere, uno sfottò e una risata qualcuno che paga lo trova sempre.
Ma in paese di bar ce nè parecchi e finisce sempre che qualcuno si prenda il disturbo
di riportarla al ricovero e il più delle volte lei non vuole che si suoni il campanello
per non far sapere che anche quel giorno ha girato parecchi bar
e allora rimane a terra sdraiata sul selciato sotto la loggia.
Per la verità ormai siamo giunti al punto che di bar ne bastano pochi per
costringerla a sedersi sugli scalini di qualche casa ad aspettare che passi la sonnolenza.

Io non so cosa può insegnarci questa storia,
forse che le donne è meglio che non la danno sotto i ponti
o che ogni classe sociale deve stare al suo posto, o che i sogni sono degni di rispetto
anche se non si avverano (che per la verità sono la maggioranza)
ma il mio intento non è quello di fare la morale, io registro i fatti
e la Cunilla col suo sogno m’è parso un fatto degno di essere registrato.
Non so che sentimento provo per lei, certo è stata una che ha trombato parecchio
e goduto poco e non ha da esse stata ‘na gran bella roba.