martedì 16 ottobre 2018

La Nicolina


Giustino era piccolo e panciuto, veniva in piazza a fare un bicchiere,
mica a ubriacarsi come tanti, lui si faceva un bicchiere solo se ne valeva la pena,
solo se c’era qualche amico e noi ragazzi ci accostavamo volentieri al bancone
per farlo incazzare ordinando una birra
“Cosa bevete quella porcheria che vi dilata lo stomaco,
meglio una bicchiere di vino liscio che una caraffa di quella roba lì”
“Parli proprio te che a forza di bere vino liscio hai più panza che culo!?”
Poi una sera non s’è visto e c’ha lasciato assetati a guardarci intorno per la piazza.
Era morto la sera, prima di andare a letto, era morto nel cesso
La moglie non l’ha visto arrivare a letto, s’è allarmata e è andata a vedere
la porta era chiusa da dentro e lui non rispondeva, ha chiamato il 118
e quando sono arrivati hanno dovuto rompere il vetro della porta
facendo un po’ di storie perché dicevano ch’era una roba che dovevano fare i pompieri.
L’hanno trovato seduto sul vater appoggiato al muro dietro e alla finestra di fianco.
Morto. E gli hanno dovuto anche fare il bidet.
Figuriamoci che sconquasso in città, una morte così non è mica da tutti i giorni!
uno campa una vita da lavoratore onesto e poi ti va a morire così facendo  ridere tutti.
E’ una morte indecente tanto che qualcuno dice ridendo che
è venuto a mancare nel momento del bisogno,
altri dicono che è stata una botta di culo.
Tutte cazzate di chi vuol per forza ridere di tutto, morti compresi,
a noi però dispiaceva non solo per i bicchieri che pagava ma perché era un amico
certo, potevamo essergli figli ma da queste parti gli amici non hanno età.
La moglie ancora un mese dopo l’evento piangeva dicendo che
s’era dovuto rompere anche il vetro della porta del bagno
come se il problema più grosso fosse quello.
Al funerale c’erano quattro gatti perché quando muore un poveraccio
hanno tutti qualcosaltro da fare
e è lì che abbiamo cominciato a frequentare la Nicolina, la figlia di Giustino,
che s’è fatta la camminata fino al cimitero a braccetto con noi.

Andavamo al cinema, c’andavamo tanto spesso che avevamo i posti fissi,
quarta fila, primo posto Bongo, secondo posto libero perché noi stavamo di traverso
terzo posto io e quarto il Bociolo.
Da un po’ di tempo ci si fermava a discorrere con la Nicolina,
lei era una classe più avanti ma stava con noi quando le altre non c’erano,
perché diceva che quando eravamo in tanti per lei eravamo troppi e si sentiva a disagio.
Poi ha cominciato a occupare il secondo posto al cinema
e una volta ha allungato la mano sotto i cappotti che tenevamo sulle ginocchia,
roba da far saltare sulla poltroncina i play boy più navigati,
il cuore era come un motore che va fuori giri,
tant’è vero che una trentina d’anni dopo m’è venuto un infarto.
Con Bongo se ne parlava e a volte si litigava perché lui voleva venire al mio posto
perché diceva che voleva provare con la mano destra e non con la mancina,
io non cedevo la posizione, perché per una volta che avevo avuto culo…
Lei rideva dei nostri litigi e ci dava degli stronzi ma stava lì,
ogni volta con la mano al nostro posto.
Ovviamente del film non capivo mai un cavolo, anzi,
il più delle volte stavo a occhi chiusi sperando che poi succedesse qualcos’altro.
Mai niente più di questo e mai una parola con nessuno ne’ io ne’ Bongo
e perfino adesso mi pare di infrangere vigliaccamente un segreto.
Non so perché lei facesse sta cosa, credo che la morte del babbo
in quella maniera sconveniente l’abbia segnata,
a quei tempi non era una faccenda che ci interessasse approfondire,
eravamo già a posto così senza farci troppe domande e scomodare la psicologia.
Poi la cosa finì lasciandoci tanto testosterone addosso
che potevamo ingravidare una cavalla solo a guardarla fitto negli occhi.
Una manciata di anni dopo la Nicolina dette alla luce Chiara.
L’aveva avuta da uno studente che poi, finita l’università, s’era dileguato.

Ci sono faccende che non si possono scordare e questa è una di quelle
ma si mettono da parte anche se ogni tanto ti viene in mente che sei stato giovane
e ti son successe cose che possono capitare solo da monelli,
magari hai in mente che siano andate avanti chissà per quanto tempo
e invece sono durate solo una invernata.
Il pensare a quei giorni mi regala una piacevole tenera commozione,
non solo per quel che ci succedeva ma anche per il fatto che eravamo ragazzi
che stavano vivendo intensamente la giovinezza. Insomma mi fa dire:
Magari c’era poco da mangiare ma per il resto non ci siamo fatti mancare niente.
E oggi che  son seduto al bar a scaldarmi al sole d’ottobre leggendo il giornale,
m’è venuta vicino proprio lei, la Nicolina e dopo un festoso saluto
e un po’ di chiacchiere sulle nostre vite davanti a un caffè
abbiamo parlato di quella storia (per la verità l’ha tirata fuori lei,
a me era saltata subito alla mente ma non avevo avuto il coraggio di dire niente).
Non le ho chiesto il motivo di quelle cose, non importava più,
lì per lì ho pensato che non lo sapesse manco lei
e ho fatto finta di non guardarle le mani ma in tutta sincerità l’occhio ce l’ho buttato.
“Siete stati bravi, mai nessuno mi ha detto di questa nostra cosa,
è rimasta un nostro segreto e per questo vi ho apprezzato, anzi adesso ti do un bacio”
S’è alzata e è andata via.
M’è sembrato sconveniente chiederle in quale cinema andava e l’ho salutata.


venerdì 13 luglio 2018

La signora Alba e il suo Federico


“Babbo, mamma, fratelli, Federico, non c’è nessuno?”
Rannicchiata sul letto per tutta la sera e anche la notte ha continuato a dire questa frasetta,
gli infermieri passavano davano un’occhiata e filavano via
qualcuno si scomodava a entrare e dare uno sguardo ma nessuno che le dicesse una parola.
La mattina quando sono arrivato dormiva 
di sicuro per la stanchezza di una notte passata in bianco e quando s’è svegliata
ha chiesto dell’acqua e allora mi sono avvicinato per dargliela
“Signora come sta?”
“Adesso bene, ma stanotte mi sa che avevo la testa per aria
e non capivo bene neanche dove ero e perché non fossi nel mio letto”
“Dev’essere stato l’effetto della morfina, mia moglie mi ha detto che cercava i suoi
e anche un certo Federico; è suo marito?”
“ Si, anzi no, non è marito perché non ci siamo mai sposati, è stato il mio uomo,
adesso si dice compagno ma noi non siamo mica comunisti,
non ci siamo mai interessati di politica”
Accenna un sorriso come avesse detto una battuta divertente.
La signora Alba ha rotto il femore e adesso è con noi nel reparto Ortopedia,
è già stata operata e adesso avrà qualche giorno di degenza prima che sia riportata a casa,
si capisce che sta soffrendo ma non si lamenta mai,
nonostante i suoi 89 anni è sveglia e parla un italiano corretto e a volte anche un po’ antico.
Ha le braccia con parecchi lividi e la pelle le avanza anche nelle gambe
che non si cura per niente di coprire anche in mia presenza.
In un ospedale non è possibile chiamare gli infermieri per ogni bisogno
per cui per le faccende semplici come dare l’acqua, tirare su il letto o aiutarla a mangiare
ci penso io che tanto sto lì con mia moglie e a volte ci prendiamo qualche confidenza
tanto che un giorno mi dice di sedermi vicino a lei che ha da raccontarmi una cosa.
“Sa Paolo, io ero una maestra e abitavo a San Rocco, avevo una casa davanti alla stazione del treno,
appena finiti di studi magistrali sono rimasta orfana di entrambi i genitori
e forse proprio per questo ho trovato subito il posto nella scuola di fianco a casa.
Vivere soli non è una bella cosa
ma con gli anni mi sono abituata e stavo bene con me stessa e con i miei gatti
tanto che ho rifiutato le avances di alcuni uomini, persino il sindaco mi aveva trovato
un buon partito raccomandandomi di pensarci bene e non rifiutare ancora
ma io stavo bene così e sono arrivata signorina fino oltre i cinquant’anni.
Il paese non è grande e di treni ne passano pochi per cui il bar che era alla stazione un giorno chiuse e fu sostituito da una di quelle macchinette che distribuiscono bibite e merendine
e una che distribuisce caffè e cioccolata.
Tutte le settimane un uomo andava a rimpiazzare il venduto e io lo vedevo dalla finestra.
Lo smercio non doveva essere tanto e io pensai di dover aiutare quell’uomo
alto, sottile e dai gesti misurati e dai modi gentili,
dovevo fare qualcosa affinché non dovesse perdere quel lavoro
e allora la mattina invece di fare colazione a casa andavo in stazione
prendevo una di quelle merendine da mangiar subito e una per l’ora di ricreazione,
a volte ne prendevo anche di più per offrirle a qualche collega,
e anche a metà pomeriggio andavo far merenda o a sorseggiare una cioccolata calda.
Pian piano cominciai ad aspettarlo e quando arrivava mi offriva un caffè
e scambiavamo due chiacchiere finché lui non era costretto ad andarsene col suo furgone.
Era d’estate e la scuola era finita, una mattina mi presentai in stazione con due valigie
in cui avevo messo tutte le mie cose e quando arrivò si stupì nel vedermi pronta a partire
e mi chiese dove andassi, gli risposi che se era d’accordo sarei andata a vivere con lui.
Salimmo sul furgone e partimmo.
Avevo lasciato la scuola e vivemmo insieme nella sua casa,
lui andava via la mattina col furgone e io facevo le faccende di casa,
qualche ripetizione nel pomeriggio ai pochi ragazzi che avevano bisogno di fare i compiti
e quando tornava la sera curavamo l’orto dietro casa,
una vita semplice che ci ha visto felici per parecchi anni.
Una volta tornò a casa con un grande pacco e quando l’aprì ne venne fuori un gran televisore
che sistemammo nella saletta così a volte la sera invece di fare le parole incrociate
o leggere un libro accostavamo le poltroncine e guardavamo insieme qualche film,
io mettevo il braccio sul bracciolo e lui infilava la sua mano sotto la mia,
parlavamo poco ma quel silenzio era pieno di affetto, di rispetto, credo anche di amore.”
“Ma perché signora racconta queste cose a me che per lei sono uno sconosciuto?”
“Perché qualcuno deve sapere che ci si può voler bene anche rispettandosi,
lui l’anno scorso se n’è andato e prima di lasciarmi s’è scusato per avermi lasciato signorina
gli ho risposto che l’ho apprezzato anche per quello.
Vede signor Paolo, non c’è bisogno di essere smodati, l’affetto è anche nei piccoli gesti,
in un caffè preparato con cura, in una mano che ti sfiora o nelle coperte rimboccate,
noi abbiamo vissuto così la nostra vita e le garantisco che è stata piena,
Pensi che un paio di volte siamo andati anche a fare una gita e abbiamo dormito in albergo
ma son cose che non fanno per noi, tutta quella gente che non ci saluta
e che se la saluti ti pare di essere scortese, quelle strade che non si conoscono
e quelle case in ci non sai chi ci abita, no, l’abbiamo fatto solo un paio di volte.
Dopo la dipartita del mio Federico ho vissuto da sola per un po’ di tempo
poi il fratello mi ha convinto ad andare in un ricovero per anziani,
ho lasciato a lui la mia casa e lui paga la differenza della retta
perché la mia pensione non è sufficiente a mantenermi alla residenza per anziani.
Vede signor Paolo, io so bene che alla mia età la rottura di un femore può essere letale,
sto soffrendo perché ho tanto dolore ma penso che presto potrò raggiungere il mio Federico
e ci potremo mettere insieme seduti su una nuvola tutta nostra
e guardare di lassù il sole che sale dal mare e cala dietro ai monti,
lui metterà una mano sotto la  mia e saremo ancora felici.”
Mi sono alzato dalla sedia a testa bassa per non far vedere le lacrime
che scendevano come da una fontana e mi son fiondato in bagno a lavarmi la faccia.




lunedì 4 giugno 2018

Viva la solitudine (o quasi)


Cerco di avvicinare la prua alla banchina tirando la cima d’ormeggia
ma lei salta troppo presto, scivola e cade malamente.
Capisco al volo che è grave e corro alla macchina per portarla al pronto soccorso
ma quando torno vedo che la coscia è troppo gonfia e corta e immagino che sia rotto il femore
nel frattempo si avvicina uno che dice di essere un ortopedico
e le sistema la gamba in modo che le faccia meno dolore,
solo dopo sapremo che è il primario di ortopedia che ha una barca ed era lì.
Arriva l’ambulanza la mettono sul “cucchiaio” e la portano via.
Tra operazione e degenza passiamo una settimana in ospedale
e poi adesso toccherà passare un mese alla riabilitazione in regime di ricovero.
Vado a trovarla tutti i giorni  anche se non è proprio dietro l’angolo,
ogni giorno è più depressa anche perché è ricoverata in un reparto dove ci sono parecchi anziani
e ogni tanto ce n’è qualcuno che parte per la tangente e urla che vuole la mamma,
uno che urla giorno e notte “Aiutatemi”
ma quando si avvicinano gli infermieri non sa dire cosa vuole,
poi c’è gente che russa come un caterpillar
e altri che per tutta la notte suonano il campanello per cambiare il pannolone,
l’altro giorno una signora ha tirato giù una fila di stecche
che neanche un camallo riusciva a dirle tutte,
insomma, sarebbe l’ambiente ideale per uno che soffre d’insonnia
ma per una che ha da guarire lascia un po’ a desiderare.
Io intanto ho imparato a lavare i piatti, i panni e anche a stirarmi le camicie,
pulire casa, passare l’aspirapolvere e lo straccio,
mi son messo a fare tutte le cose come mi pare giusto
senza avere qualcuno che mi dica di farle così o cosà.
La solitudine non è certo una cosa bellissima,
ma si può sopportare e ha perfino i suoi lati positivi, posso girare per casa in mutande,
stravaccarmi sul divano e farmi una birra a mezzanotte,
la doccia nel bagno buono o tagliarmi le unghie dei piedi in salotto.          
insomma tutto quello che si può fare solo quando non c’è lei,
è piacevole anche non sentire tutto il giorno una che parla in continuazione
che è ferrata su tutti gli argomenti perché lei segue tutti i talk show,
anche se li danno alla stessa ora su canali diversi,
è bellissimo anche non avere quelle tre o quattro befane delle sue amiche per casa
che mi chiedono di continuo “Te cosa ne pensi?”
sapendo già che di quel che penso io non gliene frega niente.
Detto ciò non posso negare che un po’ mi manca
ma in fondo a pensarci bene non è la solitudine o la sua mancanza che mi pesano,
è che in casa, ora che son solo, non so con chi litigare.

mercoledì 21 marzo 2018

La Cunilla


S’era innamorata come facevano e fanno ancora tutte le ragazze
ma il suo era un amore più disperato che impossibile,
era troppa la differenza sociale, lui dottore e lei…niente,
lei faceva parte di quella umanità che non si capisce come faccia a vivere,
fatta di disoccupazione, digiuno e privazioni d’ogni sorta
A volte passavo davanti a casa loro e vedevo dalla porta sempre aperta il vano buio
e il pavimento di terra e mi dicevo che in quelle condizioni era difficile anche sognare.
E invece lei un sogno ce l’aveva, era forse impossibile ma se non ci sono i sogni
non sarebbe possibile niente, anzi, soprattutto quelli impossibili sono i più stimolanti
e lei era talmente stimolata dal suo sogno che le nasce la voglia di una condizione migliore
almeno all’apparenza e nella mente di una giovane ragazza innamorata
cominciano a frullare strani pensieri fino al giorno in cui prende la corriera,
va in città e si mette ad aspettare sotto un ponte.
Non c’è molto da aspettare e dai primi incontri che la fanno arrossire
si fa presto a passare a un mestiere consolidato, il prezzo basso e il passaparola
fanno diventare quel posto più frequentato di un forno di paese.
Lei si divide tra i clienti e a tutti fa fretta perché
“Mi parte la corriera e ancora c’è qualcuno che aspetta. Muoviti dai fai in fretta”
e tutti di dimenavano come matti per fare alla svelta finché,
non conoscendo il suo vero nome, cominciano a chiamarla “La Cunilla”
(La Coniglia) per la velocità con cui quei simpatici animali fanno le loro trombatelle.
Certo in paese la differenza si vede. vestiti nuovi, un filo di rossetto, parrucchiera
e soprattutto passeggiate in piazza dove non s’era praticamente mai vista.
Ma la vita è strana e quando a casa si accorgono di questi facili guadagni
le mettono di fronte il resto della famiglia da sfamare e a quel punto
non è difficile capire che lavorare veloci va bene ma c’è un limite a tutto
anche se chi aspetta con la bocca spalancata pare non saperlo
e quando non ne arriva abbastanza (e non è mai abbastanza) s’incazza e gliene fa una colpa.

Ieri ero in paese e passando in piazza l’ho vista camminare incerta
lì per lì non l’ho riconosciuta, poi ho creduto di conoscerla ma non mi ricordavo chi era,
ma alla fine ho capito che era lei, ma certo che era lei, la Cunilla!
Ho idea che in paese quasi nessuno conosca il suo vero nome, si chiama Anna,
e anche quello le è stato tolto dal branco di coraggiosi pecoroni di paese.
Oggi vive ( si fa per dire) in un ricovero e siccome è ancora fisicamente autonoma
esce a fare piccoli servizi, a comprare questo e quello
e non manca di passare davanti a qualche bar a chiedere per favore un bicchiere di vino
e allora tra due chiacchiere, uno sfottò e una risata qualcuno che paga lo trova sempre.
Ma in paese di bar ce nè parecchi e finisce sempre che qualcuno si prenda il disturbo
di riportarla al ricovero e il più delle volte lei non vuole che si suoni il campanello
per non far sapere che anche quel giorno ha girato parecchi bar
e allora rimane a terra sdraiata sul selciato sotto la loggia.
Per la verità ormai siamo giunti al punto che di bar ne bastano pochi per
costringerla a sedersi sugli scalini di qualche casa ad aspettare che passi la sonnolenza.

Io non so cosa può insegnarci questa storia,
forse che le donne è meglio che non la danno sotto i ponti
o che ogni classe sociale deve stare al suo posto, o che i sogni sono degni di rispetto
anche se non si avverano (che per la verità sono la maggioranza)
ma il mio intento non è quello di fare la morale, io registro i fatti
e la Cunilla col suo sogno m’è parso un fatto degno di essere registrato.
Non so che sentimento provo per lei, certo è stata una che ha trombato parecchio
e goduto poco e non ha da esse stata ‘na gran bella roba.

mercoledì 28 febbraio 2018

Che brutte le coliche!



Entro in farmacia che sono sfinito, è tutto il giorno che sono fuori casa
e sono ormai un paio d’ore che ho cominciato a sentire i dolori,
premo la schiena contro il sedile della macchina ma è solo una breve illusione
piano piano il dolore monta e arrivo al punto di convincermi che
a tre ore da casa non ce la farò ad arrivarci quindi tocca decidere,
o il pronto soccorso dove mi terranno in sala d’attesa per un’ora
o soluzioni di fortuna e la mia decisione è partita sulla seconda
dunque è per questo che entro in farmacia.
Ci sono delle persone davanti a me e faccio la fila
continuano a far chiacchiere coi commessi,
se non si sbrigano giuro che le porto fuori a calci in culo
quando tocca a me tiro fuori la fialetta e la siringa
e chiedo se qualcuno è capace di fare delle punture
mi guardano come fossi un marziano in astinenza poi dico
che si tratta di voltaren per una colica renale, la signora prende la fiala
la guarda e dice “Venga di là” entro in un ufficio tolgo il cappotto
e mentre lei prepara gli attrezzi io scopro la parte interessata, forse un po’ troppo poco
tanto che la signora dice che se mi vergogno la fa da sopra i pantaloni
“Va bene, scopra il necessario e se ci tiene tanto anche il superfluo”
lei scopre, massaggia e infilza “Le ho fatto male?” “Macché, è ‘na goduria”
Le punture di voltaren sono diverse dalle altre perché non finiscono mai
stai lì un quarto d’ora a culo nudo ad aspettare che tutto il liquido sia entrato
e alla fine punge anche; la signora toglie l’ago massaggia parecchio
e,  chissà perché, mi dà anche una schiaffo nel sedere.
Mi metto seduto e la ringrazio, le dico che ci vorranno circa venti minuti
prima che faccia effetto ma ora posso andare in macchina che sto tranquillo lì.
Lei insiste perché resti al caldo e comincia col dirmi che anche suo marito
aveva le coliche renali e lei gli faceva le punture,
ha imparato da una vecchia infermiera a dare lo schiaffo
perché il dolore dello schiaffetto non fa sentire quello della puntura
( un bel discorso del cavolo, se gli dai una coltellata in pieno petto
il dolore della puntura lo sente ancora meno)
“Ci siamo lasciati e lui mi ha voluto lasciare la farmacia”
e così comincia il racconto e man mano che andava avanti
mi pareva sempre più strano che una donna ancora così piacente
fosse stata lasciata dal marito che non perdeva occasione per trovare altre donne
tanto che lei alla fine s’è stancata e l’ha costretto al divorzio.
“Pensi che quella con cui sta adesso è più brutta e più vecchia di me di cinque anni”
suona il telefono e lei va a rispondere  di là dove c’è il bancone,
io mi alzo e metto il cappotto, nel frattempo arriva un uomo che era al bancone
e mi chiede come sto, “Non c’è male, sta passando, ma la signora ne ha di chiacchiera!”
“La signora ha sfinito il marito che è scappato di casa perché non ne poteva più
le ha lasciato anche la farmacia e l’appartamento qui sopra,
lui ha un’altra farmacia su vicino a Bologna e lei è rimasta qui a spaccarci le palle
e non capisce niente, si figuri che fa ancora la prof di lettere, cosa capirà di farmacia?!
Il farmacista sono io, mi paga una miseria e mi tocca pagare anche le caramelle per la tosse
e se sto male non posso stare neanche a casa sennò a lei le tocca chiudere la farmacia
e a casa ho mia moglie che è anche gelosa di questa arpia”
Mi avvio all’uscita e saluto, ringrazio e faccio anche l’inchino,
“Grazie signora, senza lei non avrei saputo come fare grazie davvero”
Arrivo alla porta, apro e mentre esco…
“Si, ma lei si ricordi che se va in giro con fiala e siringa
bisogna che almeno si porta dietro anche l’ovatta e il disinfettante, si ricordi”
“Certo signora, grazie anche del consiglio la prossima volta poterò tutto, chiappe comprese”.
Scappo in macchina, metto in moto e fuggo via,
tante volte si fosse dimenticata di raccontarmi qualcos’altro.
Ma quelli strani li trovo tutti io?


venerdì 16 febbraio 2018

Gigetto



“Paolo, il cappello”
“Cavolo, m’ero scordato”
sono entrato in chiesa dove c’è la funzione per la morte di Gigetto
la chiesa è piena di gente, non ne riconosco manco la metà,
Gabriele sta facendo il sermone e proprio in quel momento,
dice che con lui e altri amici facevano delle “maialate”
poi si corregge e dice che s’andava a mangiare il maiale appena conciato
“Eccone un altro, vero Paolo?”
Io ho lasciato Vincenzo in fondo alla chiesa e sono andato in cima dove di solito stavamo noi
ma lì non c’è nessuno e non faccio in tempo ad arrivare che Gabriele mi indica a tutti
Mi imbarazzo un po’ perché tutti si girano verso me
“Vuoi dire due parole per salutare Gigetto”
“No grazie, me le sono già dette da solo”
Finisce la messa e quando lui entra in sacrestia mi fiondo dentro anch’io
“Ma che cavolo ti viene in mente a farmi parlare davanti a tutti”
“Lo sapevo che non l’avresti fatto”
“Senti Gabri son qui perché ho urgenza del bagno,
è da stamattina che la tengo e non ne posso più “
“Vai, sai dov’è?”
Appena esco c’è la Cosetta che m’aspetta fuori dalla porta
“Che sei andato a fare in sacrestia?”
“A pisciare”
mi dà del vecchietto prostatico, come se lei fosse nel fior fiore degli anni,
poi arrivano la Letizia, la Lisetta con Glauco e piano piano ci si ritrova in una decina
e scappa anche qualche battuta e qualche sorriso presto interrotto.
Si va a piedi fino al cimitero passando per il corso
e la gente che da parecchio non mi vede mi saluta. Qualche parente lontana mi bacia anche.
Ad ogni incrocio si defila qualcuno finché rimaniamo in una trentina.
In fondo al corso ci sono degli idraulici che mettono a posto qualcosa,
uno di loro accucciato c’ha mezzo culo di fuori e si legge la marca “Fila” delle mutande
 ma che cavolo di moda sarà quella di mostrare le chiappe alla gente!
Arrivati vado a dare un’occhiata a babbo e poi a mamma
che è andata nella tomba sua e non in quella di babbo perché ha sempre detto
“Lì manco morta” come se ci fosse la possibilità di andarci da viva
e così l’abbiamo messa tra i suoi.
Torno nella chiesina e vado a salutare la Stefania (la moglie di Gigetto)
che prima ha una esitazione e poi mi si butta al collo e grida
“Paolo!  Che piacere vederti, Paolo, Paolo, Paolo” e non finiva più di dirlo
finché la Monica non la stacca e m’abbraccia lei dico che
devo andare perché non sto bene “Vi telefono i prossimi giorni e parliamo un po’”
Avevo messo la macchina al cimitero e m’ero fatto i due chilometri a piedi fino al duomo,
Prendo la macchina e scappo a casa per una strada che è una vergogna chiamarla così
a ogni sobbalzo sento il rene che fà più male e la colica salire,
appena arrivato cerco la Meg che non c’e e prendo il voltaren e la siringa
e corro su da Claudio a farmi fare una puntura.
Ecco, questa è la cronaca della giornata.
Va chiarito subito che Gigetto è il nome di battesimo, non un diminutivo,
il padre era parecchio strano, intanto era invalido di guerra e stava su una sedia a rotelle
ma solo quando andava in giro per il paese, quando stava dentro casa
e quando andava in montagna camminava benissimo e Gigetto di lui non parlava mai.
La nostra amicizia è cominciata che avevamo circa quindici anni
e è andata avanti sempre, ultimamente non ci si vedeva, prima perché non c’era tempo
e dopo che è stato male perché non avevo il coraggio di andarlo a trovare.
Abbiamo passato nottate intere in piazza a fare cazzate,
qualche cannone in società (dicevamo: “Si fa una cooperativa?”) e partite a calcio alle tre di notte
finché la gente non s’affacciava dalle finestre a urlarci di smettere,
lui si dava due colpi alla pancia e rispondeva facendo delle scorreggione tremende.
“Zozzoni, maleducati, andate a dormire che qui c’è gente che domattina lavora”.
“Oh Numa, dove cavolo eri iersera?! abbiamo conosciuto tre di Gubbio
e le abbiamo portare a casa, io e Enrico abbiamo combinato
poi a Gubbio ci hanno fermato i carabinieri per un controllo e io gli ho dato il tuo nome”
“Ma sei idiota!”
“Oh, io sono sposato e se viene fuori che ero con una a Gubbio la Stefania mi fa nero”
“Cazzo anch’io sono sposato”
“Non mi ricordavo”
“ Ma se m’hai fatto da testimone e anche gratis, senza obbligo di regalo”
Quando eravamo ragazzi e s’andava a fare gite con le ragazze
lui metteva la macchina fotografica sopra il plaid e metteva un cavetto per lo scatto
poi, quando le ragazze la scavalcavano lui scattava.
Il giorno dopo si sviluppavano le foto da me (m’ero fatto la camera oscura)
e lui scartava quelle della Stefi  perché diceva che tanto lei era asessuata
poi invece la Stefi se l’è dovuta sposare e la Monica e diventata la figlia di tutti.
A volte la Stefania lo chiamava al telefono del bar alle due di notte
perché la Monica non dormiva e noi le urlavamo di non rompere le scatole
“Che qui si lavora, mica si dorme come a casa tua!”
Tempi bellissimi, io ero sposato da poco e dopo cena facevo quaranta chilometri
per andare al paese e tornavo a casa alle tre, mica potevo lasciare quei due da soli!
chissà cos’avrebbero combinato; s’andava a Gubbio e s’era scalmanati
una volta capitiamo davanti a un bar dove due avevano appena smesso di menarsi
a un certo punto lui dice ad alta voce “Però le madri non si devono offendere”
Uno dei litiganti chi chiede “Ha offeso mia madre?”
Lui risponde “Non so, lo dicevano questi qui dietro”
Hanno ricominciato a menarsi e volavano cazzotti meglio che in un film.
Come si fa a non essere amici di uno così, ti divertivi a guardarlo,
parlava poco ma quando apriva bocca potevi aspettarti di tutto
e non capivi mai se era una cosa seria o una stronzata.
L’amicizia non è solo fare comunella c’è dietro qualcosa che adesso
non so cosa sia e che comunque mi sta mancando.
Finito, dopo la trentina è cambiato tutto, non siamo cambiati noi,
è stato il mondo che è cambiato, noi potremmo essere ancora quelli,
se ci vedessimo la sera io, Gigetto,  Enrico e nonno Pallino
che a novant’anni girava per il paese con noi e ci raccontava la storia romana in notturna
o quando c’era Buch che ha studiato da geologo
gli chiedevamo come s’é formato il petrolio e lui cominciava
“Dovete sapere che quando si è composta la terra…”
“Oh Buch, sono le tre di notte se la fai lunga rimandiamo a domani”
E Buch non è mai riuscito a spiegarci come si è formato il petrolio
perché tutte le notti alle tre gli si faceva la stessa domanda
e lui lo interrompeva sempre dicendo che era tardi.
Era il tempo in cui essere testa di cazzo era una qualità
e oggi invece non ci sono più le teste di cazzo di una volta!



 




Questa è la foto di Gigetto mentre legge i telegrammi al mio matrimonio, tra i pochi veri ne ha inseriti tanti fasulli "inviati" dalle nostre amiche innescando la mia prima lite matrimoniale.