venerdì 16 febbraio 2018

Gigetto



“Paolo, il cappello”
“Cavolo, m’ero scordato”
sono entrato in chiesa dove c’è la funzione per la morte di Gigetto
la chiesa è piena di gente, non ne riconosco manco la metà,
Gabriele sta facendo il sermone e proprio in quel momento,
dice che con lui e altri amici facevano delle “maialate”
poi si corregge e dice che s’andava a mangiare il maiale appena conciato
“Eccone un altro, vero Paolo?”
Io ho lasciato Vincenzo in fondo alla chiesa e sono andato in cima dove di solito stavamo noi
ma lì non c’è nessuno e non faccio in tempo ad arrivare che Gabriele mi indica a tutti
Mi imbarazzo un po’ perché tutti si girano verso me
“Vuoi dire due parole per salutare Gigetto”
“No grazie, me le sono già dette da solo”
Finisce la messa e quando lui entra in sacrestia mi fiondo dentro anch’io
“Ma che cavolo ti viene in mente a farmi parlare davanti a tutti”
“Lo sapevo che non l’avresti fatto”
“Senti Gabri son qui perché ho urgenza del bagno,
è da stamattina che la tengo e non ne posso più “
“Vai, sai dov’è?”
Appena esco c’è la Cosetta che m’aspetta fuori dalla porta
“Che sei andato a fare in sacrestia?”
“A pisciare”
mi dà del vecchietto prostatico, come se lei fosse nel fior fiore degli anni,
poi arrivano la Letizia, la Lisetta con Glauco e piano piano ci si ritrova in una decina
e scappa anche qualche battuta e qualche sorriso presto interrotto.
Si va a piedi fino al cimitero passando per il corso
e la gente che da parecchio non mi vede mi saluta. Qualche parente lontana mi bacia anche.
Ad ogni incrocio si defila qualcuno finché rimaniamo in una trentina.
In fondo al corso ci sono degli idraulici che mettono a posto qualcosa,
uno di loro accucciato c’ha mezzo culo di fuori e si legge la marca “Fila” delle mutande
 ma che cavolo di moda sarà quella di mostrare le chiappe alla gente!
Arrivati vado a dare un’occhiata a babbo e poi a mamma
che è andata nella tomba sua e non in quella di babbo perché ha sempre detto
“Lì manco morta” come se ci fosse la possibilità di andarci da viva
e così l’abbiamo messa tra i suoi.
Torno nella chiesina e vado a salutare la Stefania (la moglie di Gigetto)
che prima ha una esitazione e poi mi si butta al collo e grida
“Paolo!  Che piacere vederti, Paolo, Paolo, Paolo” e non finiva più di dirlo
finché la Monica non la stacca e m’abbraccia lei dico che
devo andare perché non sto bene “Vi telefono i prossimi giorni e parliamo un po’”
Avevo messo la macchina al cimitero e m’ero fatto i due chilometri a piedi fino al duomo,
Prendo la macchina e scappo a casa per una strada che è una vergogna chiamarla così
a ogni sobbalzo sento il rene che fà più male e la colica salire,
appena arrivato cerco la Meg che non c’e e prendo il voltaren e la siringa
e corro su da Claudio a farmi fare una puntura.
Ecco, questa è la cronaca della giornata.
Va chiarito subito che Gigetto è il nome di battesimo, non un diminutivo,
il padre era parecchio strano, intanto era invalido di guerra e stava su una sedia a rotelle
ma solo quando andava in giro per il paese, quando stava dentro casa
e quando andava in montagna camminava benissimo e Gigetto di lui non parlava mai.
La nostra amicizia è cominciata che avevamo circa quindici anni
e è andata avanti sempre, ultimamente non ci si vedeva, prima perché non c’era tempo
e dopo che è stato male perché non avevo il coraggio di andarlo a trovare.
Abbiamo passato nottate intere in piazza a fare cazzate,
qualche cannone in società (dicevamo: “Si fa una cooperativa?”) e partite a calcio alle tre di notte
finché la gente non s’affacciava dalle finestre a urlarci di smettere,
lui si dava due colpi alla pancia e rispondeva facendo delle scorreggione tremende.
“Zozzoni, maleducati, andate a dormire che qui c’è gente che domattina lavora”.
“Oh Numa, dove cavolo eri iersera?! abbiamo conosciuto tre di Gubbio
e le abbiamo portare a casa, io e Enrico abbiamo combinato
poi a Gubbio ci hanno fermato i carabinieri per un controllo e io gli ho dato il tuo nome”
“Ma sei idiota!”
“Oh, io sono sposato e se viene fuori che ero con una a Gubbio la Stefania mi fa nero”
“Cazzo anch’io sono sposato”
“Non mi ricordavo”
“ Ma se m’hai fatto da testimone e anche gratis, senza obbligo di regalo”
Quando eravamo ragazzi e s’andava a fare gite con le ragazze
lui metteva la macchina fotografica sopra il plaid e metteva un cavetto per lo scatto
poi, quando le ragazze la scavalcavano lui scattava.
Il giorno dopo si sviluppavano le foto da me (m’ero fatto la camera oscura)
e lui scartava quelle della Stefi  perché diceva che tanto lei era asessuata
poi invece la Stefi se l’è dovuta sposare e la Monica e diventata la figlia di tutti.
A volte la Stefania lo chiamava al telefono del bar alle due di notte
perché la Monica non dormiva e noi le urlavamo di non rompere le scatole
“Che qui si lavora, mica si dorme come a casa tua!”
Tempi bellissimi, io ero sposato da poco e dopo cena facevo quaranta chilometri
per andare al paese e tornavo a casa alle tre, mica potevo lasciare quei due da soli!
chissà cos’avrebbero combinato; s’andava a Gubbio e s’era scalmanati
una volta capitiamo davanti a un bar dove due avevano appena smesso di menarsi
a un certo punto lui dice ad alta voce “Però le madri non si devono offendere”
Uno dei litiganti chi chiede “Ha offeso mia madre?”
Lui risponde “Non so, lo dicevano questi qui dietro”
Hanno ricominciato a menarsi e volavano cazzotti meglio che in un film.
Come si fa a non essere amici di uno così, ti divertivi a guardarlo,
parlava poco ma quando apriva bocca potevi aspettarti di tutto
e non capivi mai se era una cosa seria o una stronzata.
L’amicizia non è solo fare comunella c’è dietro qualcosa che adesso
non so cosa sia e che comunque mi sta mancando.
Finito, dopo la trentina è cambiato tutto, non siamo cambiati noi,
è stato il mondo che è cambiato, noi potremmo essere ancora quelli,
se ci vedessimo la sera io, Gigetto,  Enrico e nonno Pallino
che a novant’anni girava per il paese con noi e ci raccontava la storia romana in notturna
o quando c’era Buch che ha studiato da geologo
gli chiedevamo come s’é formato il petrolio e lui cominciava
“Dovete sapere che quando si è composta la terra…”
“Oh Buch, sono le tre di notte se la fai lunga rimandiamo a domani”
E Buch non è mai riuscito a spiegarci come si è formato il petrolio
perché tutte le notti alle tre gli si faceva la stessa domanda
e lui lo interrompeva sempre dicendo che era tardi.
Era il tempo in cui essere testa di cazzo era una qualità
e oggi invece non ci sono più le teste di cazzo di una volta!



 




Questa è la foto di Gigetto mentre legge i telegrammi al mio matrimonio, tra i pochi veri ne ha inseriti tanti fasulli "inviati" dalle nostre amiche innescando la mia prima lite matrimoniale.




martedì 26 dicembre 2017

Il padrone Boselli

 “Tanto vale la gatta al lardo”
E poi si fermava lì e noi guardavamo in giro per non incrociare lo sguardo degli altri
e facevamo anche finta di non aver sentito per paura di scoppiare a ridere
perché ridere in faccia al padrone non è cosa salubre.
Un’altra volta se ne esce con “Il mio fratello astro”
e noi capimmo tutti che aveva un fratello che si chiamava Astro
finché un giorno Claudio parlando con la figlia viene a sapere
che non c’era nessun fratello di nome Astro ma aveva un fratello
di secondo letto quindi era un fratellastro.
Quando Claudio riferì in ufficio la cosa
c’era gente che si rotolava per terra dalle risate.

Un giorno enta in ufficio e trova me e il direttore del personale che stiamo parlando, 
ci chiede cosa c'è e riferiamo che si sta parlando della Norma
allora lui attacca uno degli argomenti preferiti
"Hanno rotto i coglioni con querste norme che non ci fanno fare quello che ci pare"
"No Boselli, parliamo della Norma, 
quella ragazza che sta all'imballaggio che è incinta e va sostituita"
"Ha rotto i coglioni anche lei! Ma vengono tutte a figliare nella mia fabbrica?"
Più sopra non ho scritto padrone per sbaglio, lui diceva che potevamo chiamarlo
titolare, amministratore, manager o in qualunque altro modo
Ma me a so el padron
E io ribattevo sempre “Boselli, sarebbe tanto una brava persona
ma perché si perde in queste stupidaggini!?”
“Perché non sono il padrone?”
“Ma certo, ma che bisogno ha di sbandierarlo ai quattro venti,
quando lo sappiamo tutti basta”
“Te Paolo non capisci, te tsi comunesta
Però quando si parlava di lavoro mi stava a sentire e a modo suo mi voleva anche bene.

Al mattino si metteva all’ingresso e ognuno che entrava lo salutava
e dopo le otto e mezza salutava i ritardatari con un colpetto sull’orologio da polso
e siccome io arrivavo sempre tardi entravo dal portone del capannone
e andavo dritto in ufficio su per le scalette e quando veniva su lui
mi chiedeva quando ero arrivato e io gli rispondevo che avevo dormito lì
perché avevo parecchio da fare.
Me sa te an poss competa, te tsi comunesta” e ci ridevamo

 Una volta siamo andati a una fiera a Dussendorf e ha voluto mettere la macchina
nel posto riservato dell’AVIS (quelli che noleggiano le auto) per non pagare il parcheggio.
Durante il viaggio, passando su una zona di turbolenze, l’aereo comincia a tremare e sobbalzare che pareva di essere in una vecchia corriera su una strada sterrata.
Una signora presa dal panico si mette a urlare “L’aereo precipiterà e moriremo tutti”
Io rispondo ad alta voce “Signora pensi per lei” e Boselli piano mi dice
Oh Paolo a cademi davera?”
“Non lo so Roselli ma se cadiamo non triboliamo per niente, crepiamo subito”
Te a tsi matt…         e comunesta
Arrivati all’aeroporto si va a prendere la macchina e il custode gli dà una sgridata
che era meglio nascondersi ma lui imperterrito si avvicina alla macchina,
apre il cofano per mettere dentro le valigie e mentre mi guarda
esplode uno scorreggione che trema tutto il parco macchine e mi fa:
Questa la ie par chel testa da cas, l’è da sovra la Svessera ca la iev tel cul
(“Questa è per quel testa di cazzo, è da sopra la Svizzera che l’avevo nel culo”).

Una volta invitò una disegnatrice nella sua barca e per non far ingelosire la moglie
portò anche qualcuno di noi, arrivati in loco per aiutarla a salire la scaletta
le mise tutte due le mani sulle chiappe e lei girandosi disse
“Boselli casa fa, mi tocca il culo?”
Noi andammo dritti al bar  e dopo cinque minuti, mentre ci gustavamo una birra
al Club Nautico vediamo la signora uscire dal tambucio che ci urla
“Fermatelo voi che io non ci riesco!”
Arrivati in ufficio mi sento il dovere di rimproverarlo un po’ e gli chiedo
perché faccia quelle stupidaggini.
Me ai dag el lavor e credeva ch’lia mla dessa, almen par riconoscensa
(“Io le do il lavoro e credevo che lei me la desse, almeno per riconoscenza”)
A volte mi spiazzava con frasi come questa ma come si fa a dare
del maschilista a uno che ci tiene a esserlo!?

Ci fu un periodo che s’era accanito contro un ragazzo arrivato da poco
e ogni cosa che faceva non gli andava bene, io invece ero lì a dirgli
che era un ragazzo in gamba, che stava imparando alla svelta
ma non c’era verso, lui non lo voleva e un giorno
mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che lo dovevo licenziare
mi opposi in maniera tanto ferma che gli urli di tutti due si sentivano da fuori.
Quando esco dal suo ufficio c'era un silenzio che pareva di stare in un museo

mai visto tutta quella gente seduta a lavorare testa bassa e in silenzio
percorro il corridoio e quando sono arrivato in fondo sento un urlo inumano
Comunestaaaa
La mattina dopo arrivai al lavoro per primo, ancora prima degli operai
e quando arrivò lui si trovò una lettera sulla scrivania:
“ Con la presente comunico le mie dimissioni che saranno regolate
nei tempi e nei modi stabiliti dal C.C.N.L.”
Quando mi chiamò in ufficio mi chiese quando sarei andato via
gli risposi che quello era l’ultimo giorno
“Ma non puoi, ti denuncio, ti faccio pagare i danni”  poi dopo un po’ disse
“Dai se resti ci diamo del tu

e ti tieni quello lì, quel...Fabio, petrò te lo porti nel tuo ufficio”

La moglie di Boselli aveva una malattia rara (credo sla)
e una volta la portò in Florida per delle cure ma quando gli dissero
che non c’era niente da fare decise di scappare in uno Stato del Sudamerica
dove da tempo mandava un sacco di soldi del nero.
All’aeroporto incontrò il prete del paese che era andato a fare
una gita coi parrocchiani che lo convinse a tornare a casa con la moglie.

Un anno dopo, più o meno, portò i libri in tribunale e chiuse la fabbrica
dichiarando fallimento e mi riferirono che l’ultimo urlo che fece al ragioniere fu:
Se c’era chel comunesta d’Paolo quest en suscdeva”.

sabato 18 novembre 2017

Caldaia nuova vita nuova



E’ senz’altro una buona legge
che raggiunge lo scopo di far pagare le tasse agli idraulici
e fa consumare meno combustibile ai cittadini (e allo Stato),
quindi ci siam decisi a usufruire del 65 percento di sconto in dieci anni
sul costo dell’istallazione di una caldaia a condensazione
e l’inserimento nei termosifoni di una valvola
che li fa arrivare ad una temperatura predefinita che varia secondo 5 possibilità.
Tutto bene, in un giorno e mezzo ero felicemente risparmiatore e in regola col fisco
e io che in regola col fisco lo ero già
ma risparmiatore non m’era mai successo di esserlo
mi sentivo davvero felice e dicevo a dritta e a manca
che avevo messo una caldaia formidabile che mi faceva risparmiare soldi a pacchi.
MA… porco boia c’è sempre sto “ma” che mi tormenta
Armandino ha detto alla Meg che per andare bene le valvole vanno tenute al livello 3
e quindi lei gira per casa e mentre passa controlla, anzi
siccome ha una vista da talpa si china anche per controllare bene in basso al termo
che qualcuno non abbia cambiato il numero impresso sulla boccia.
Hai voglia a dire che a “3” è freddo ma il livello 3 non si cambia
e a me mi tocca stare in casa con sciarpa e cappello
“Mi sembri mio padre”
“E te mi pari tua madre”
Ora, siccome Armandino ha messo le valvole dappertutto meno che nel cesso
io mi sono organizzato e dopo cena mi armo di giornale e computer
e mi siedo sul vater con il coperchio chiuso e passo colà le mie serate,
non sarà bello da raccontare ma credetemi ha anche un bel vantaggio
perché ogni volta che mi chiama le urlo “Sono in bagnooo”
e lei s’azzitta.

lunedì 18 settembre 2017

Primo giorno di scuola



Allora da adesso si comincia una storia
che dovrebbe andare avanti per 13 o 17 anni,
la Bianca va a scuola, fa la prima elementare.
Le operazioni di ingaggio cominciavano alle otto e un quarto,
alle sette e tre quarti eravamo già lì perché la Meg aveva paura di far tardi,
dopo qualche minuto è arrivata la Bianca
che siccome vedeva poca gente intorno ha chiesto alla madre:
“Sei sicura che non siamo arrivati un po’ presto?”
Era bellissima la cocca di nonno dentro il suo grembiulino azzurro,
sorrideva ma lo faceva più per tranquillizzare noi che per vera felicità
aveva quel sorriso che ha chi si sente a disagio e non lo vuol far sapere,
anzi, io che la conosco bene l’ho vista anche un po’ preoccupata
ma ho fatto finta di credere che lei fosse felice,
in fondo i nonni possono anche far finta di essere tonti quando non lo sono davvero.
Appena ho visto lo zaino ho avuto il sospetto che dentro ci fosse la sorella
ma lei che forse aveva capito che mi sembrava troppo grande
per fugare i miei sospetti c’ha fatto vedere tutte le cose che c’erano dentro
contenta, sta volta, di avere tutte quelle robe nuove.
Già per strada il padre m’ha rinfacciato che al suo primo giorno di scuola io non c’ero
“Ero a lavorare per farti fare una vita migliore di quella che ho fatto io,
e poi la Bianca me l’ha chiesto se andavo a vederla al suo primo giorno di scuola e te no”
A sentire i discorsi di quelli che conosco
pare che nessun figlio sia contento del proprio padre;
o siamo una generazione di stronzi noi padri o lo sono loro
io sono sicurissimo della seconda.
Allora, tutti i genitori coi figli davanti alla scuola in fila italiana
vale a dire a casaccio o meglio accalcati,
in un giardino di un chilometro quadrato,
66 bambini e 132 genitori (ai nonni era vietato ma io sono andato lo stesso
perché ho un aspetto più giovanile di parecchi genitori)
occupavano solo i tre metri che stanno davanti alla porta,
poi dicono che non siamo capaci di risparmiare territorio.
Tre maestre sulle scale con vestiti rosso giallo e verde
che con bandierine in mano dello stesso colore
chiamano i bambini per nome e cognome.
La rossa storpia i nomi e non si presenta nessuno
finché un genitore non capisce che potrebbe essere suo figlio
e gli dà uno spintone per mandarlo a prendere la sua bandierina
secondo me la maestra ci vede benissimo, o è dislessica
o ha fatto solo la seconda elementare e non sa ancora leggere.
La gialla dev’essere parente a Frankestein e ne ha ereditato tutti i tratti somatici,
fortuna che non dovrò andarci a parlare
ma qualcuno dovrà consigliarle almeno un parrucchiere
prima che ai bambini vengano i fantioli.
La verde è alta un metro e venti e dovrebbe pesare intorno ai cento chili
è fasciata in una tubino verde che mostra alla perfezione le forme
anzi, le sottolinea e pare la Venere Preistorica,
forse insegnerà storia dell’arte del paleolitico.
I nuovi scolaretti sono fantastici, qualcuno non vuole lasciare la madre
(lo capisco) qualcuno la lascia ma piange,
il più grande di tutti che pare abbia vent’anni non si consola
e ogni tanto guarda indietro per vedere se i genitori sono ancora lì,
c’è uno con la faccia da play boy che deve aver adocchiato già la sua preda
guarda fitto una morettina che però ha la bandierina di un altro colore,
le bambine fanno subito amicizia e parlano tra loro
una coi capelli rossi e gli occhiali che pare uscita da un cartone animato
chiede a tutti come si chiamano e si presenta: “Piacere Sara”.
Mi pare che questa mandata di prime sia proprio bella,
purtroppo avranno tutto il tempo per guastarsi
e lo faranno proprio come l’abbiamo fatto tutti.
Di la dal vetro vedo qualche signora, forse le bidelle,
che sono lo specchio esatto delle maestre,
praticamente abbiamo mandato la Bianca al Cottolengo
però ho fiducia, se riesce a uscire viva da lì,
dopo 5 anni può affrontare la vita anche da analfabeta.



sabato 29 luglio 2017

C'è vita e vita



Sono di bocca buona, almeno nel vestire non sono schizzinoso
metto quello che trovo per casa e magari è roba vecchia
che sta nell’armadio da chissà quanto tempo
veramente non tanto tempo perché ogni tanto la Meg
chiama la Claudia della CIGL e passano in rassegna gli armadi
per dare la roba agli immigrati, però, insomma,
se trovo una maglietta la metto e non ci sto tanto a guardare
se sta bene col resto dell’abbigliamento o se era di mio figlio.
Ultimamente mi capita di avere pantaloni a vita bassa
perché la moda è quella e la signora vuole che un tracagnotto
come me vada in giro come un figurino
la cosa mi piace poco soprattutto perché snatura la mia indole di “poco curato”
e io al mio “poco curato” ci tengo.
L’altro motivo per cui non mi piacciono i pantaloni a vita bassa
è di genere, insomma, noi maschi abbiamo un apparato urinario
che si differenzia da quello femminile per la comodità del terminale,
è una faccenda che più di una signora mi ha confessato di invidiarci
soprattutto in viaggio, noi (maschi) ci fermiamo da una parte della strada
et voilà in un attimo il gioco è fatto (prostata consentendo).
Se hai i vita bassa non ci pensare neanche a fare una sveltezza,
tiri giù la lampo ma se non entrano le dita per prendere il terminale
non c’è verso che venga fuori, non è dotato di moto proprio,
va cavato a mano anzi a dita, almeno due
e se non vuoi rovinarlo facendolo strisciare sulla lampo
è necessario che l’apertura sia sufficientemente larga,
non che da lì debba uscire un pitone, ma insomma, un po’ di spazio ci vuole.
Spendiamo litri di inchiostro per garantire la sicurezza agli edili sulle impalcature
e non pensiamo al pericolo di una cerniera che dovrebbe proteggere
gli strumenti essenziali per la continuità della specie umana,
credo che ci dovrebbe essere una norma che imponga ai sarti di scrivere a caratteri indelebili:
"Prima di chiudere la zip assicurarsi che tutte le appendici siano racchiuse dentro le mutande"
C'è gente che ha messo a repentaglio l'esistenza della futura prole
chiudendo velocemente la cerniera dei pantaloni.
Ora capita che avendo coi "vita bassa" aperture striminzite,
si è costretti a sbottonare i pantaloni e a slacciare la cintura
e qui si aprono due strade, stare in piedi come un uomo
o mettersi seduto, perché già che hai tutto aperto tanto vale sedersi,
se sono in casa e ho un giornale a portata di mano non ho dubbi, mi siedo
ma se sono in giro allora no, c’è di mezzo anche l’orgoglio di maschio
e quindi rigorosamente in piedi, con le spalle larghe e la testa alta
perché tanto non c’è niente da vedere, tutto funziona in automatico.
E invece no! Porca vacca! Son già tre volte che mi piscio sulla cintura
e francamente mi sono rotto le scatole dei pantaloni a vita bassa.
Viva la vita alta e abbasso la moda idiota!