Scritti per paura di dimenticarmi di me Storie mie finchè ne ho oppure storie di altri prese a prestito o rubacchiate qua e là altrimenti storie inventate da cose che mi son passate davanti agli occhi per un attimo e fortunosamente ho colto al volo.
domenica 24 marzo 2019
31/12/2015
martedì 8 gennaio 2019
La Sarchiapona
Sono sicuro che sia andata così perché le conoscevo,
le conoscevo bene tutte quattro perché erano sempre a casa nostra
la Mimina, la Diana, lei la Graziella e mamma
e quando lassù è arrivata lei si sono incazzate tutte tre dicendo che come al solito
“Sei sempre l’ultima e tocca aspettare sempre a te”
è andata certamente così, anche per chi non crede che dopo ci sia qualcosa.
La Sarchiapona, come la chiamavamo noi di casa, era la migliore amica di mamma
unite da una sana vita di stenti trascorsi felicemente insieme,
consapevoli che la povertà non fosse una vergogna
ma una occasione per essere contente del poco che arrivava
anche quando non arrivava niente e non c’era niente da mettere in tavola,
“Te apparecchia, quando hai apparecchiato c’hai già mezza cena”.
Mamma vendeva un po' di roba intima in casa,
mutande, canottiere e pizzi al tombolo portati da una vecchietta di Offida
che arrivava con la corriera una volta al mese con una valigia di cartone
in cui custodiva e cercava di vendere le preziose miserie del suo paese,
poco smercio e tanti "Segna che poi te li porto" ,
una mattina arriva lei a comprare un paio di mutande per Chefagg (il soprannome del marito)
mamma gli dà la quarta e lei dice che lui adesso vuole la quinta
"Perché è cresciuto davanti?"
"Magari, lì amò (ormai) non c'è speranza, è il dietro che gli cresce!"
Discorsi di donne che sanno tutto l'una dell'altra
e però ogni volta che vedevo Chefagg pensavo
al davanti rinsecchito e al dietro grasso e ridevo da solo.
Lei aveva una bottega di scarpe e ricordo che una sera
tornando a casa tutto bagnato misi le scarpe dentro il forno della stufa
che a quell’ora ormai era spenta.
la mattina mamma accende la stufa senza accorgersi delle scarpe
così quando mi alzo trovo nel forno due carboncini.
Era domenica e mi toccò andare dalla Sarchiapona in ciabatte,
lei mi diede un bel paio di scarpe e quanto chiesi “Quanto costano?”
mi rispose di dire a mamma che me le aveva regalate lei e che non mi menasse.
Ecco, queste erano le amicizie di una volta.
Amiche loro e amici noi figli, son cresciuto con la Rita e la Stefania
e quando m’hanno telefonato per dirmi che erano diventate orfane
m’hanno chiesto di non andare all’accompagno “Che sei tutto rotto”
Ma non si poteva mancare e quando m’hanno visto tra i banchi della chiesa
mi sono venute addosso che per poco non cadiamo tutti tre.
Era l’unico filo rimasto, adesso è reciso anche quello
e siamo davvero tutti orfanelli e anche se vecchi genitori
cerchiamo ancora a volte inutilmente i nostri.
sabato 22 dicembre 2018
Fuga dal letto
lunedì 17 dicembre 2018
E adesso sono qui
martedì 16 ottobre 2018
La Nicolina
“Cosa bevete quella porcheria che vi dilata lo stomaco,
perché il tempo è d'elastico,si dilata e si restringe secondo regole che conosce solo lui.
venerdì 13 luglio 2018
La signora Alba e il suo Federico
avevo una casa davanti alla stazione del treno,
per cui il bar che era alla stazione un giorno chiuse
e fu sostituito da una di quelle macchinette che distribuiscono bibite e merendine
lunedì 4 giugno 2018
Viva la solitudine (o quasi)
è bello anche sapere che ti basti, non hai bisogno d'altri
mercoledì 21 marzo 2018
La Cunilla
S’era innamorata come facevano e fanno ancora tutte le ragazze
ma il suo era un amore più assurdo che impossibile,
era troppa la differenza sociale, lui dottore e lei…niente,
lei faceva parte di quella umanità che non si capisce come faccia a vivere,
fatta di disoccupazione, digiuno e privazioni d’ogni sorta
una fetta di genere umano disumanizzata
che essa stessa si sentiva immeritevole di ogni considerazione.
A volte passavo davanti a casa loro e vedevo dalla porta sempre aperta il
vano buio
e il pavimento di terra e mi dicevo che in quelle condizioni era difficile
anche sognare.
E invece lei un sogno ce l’aveva, era forse impossibile ma se non ci sono i
sogni
non sarebbe possibile niente, anzi, soprattutto quelli impossibili sono i
più stimolanti
e lei era talmente stimolata dal suo sogno
che le nasce la voglia di una condizione migliore
e nella mente di una giovane ragazza innamorata
cominciano a frullare strani pensieri fino al giorno in cui prende la
corriera,
va in città e si mette ad aspettare sotto un ponte.
Non c’è molto da aspettare e dai primi incontri che la fanno arrossire
si fa presto a passare a un mestiere consolidato, il prezzo basso e il
passaparola
fanno diventare quel posto più frequentato di un forno di paese.
Lei si divide tra i clienti e a tutti fa fretta perché
“Mi parte la corriera e ancora c’è qualcuno che aspetta. Muoviti dai fai in
fretta”
e tutti di dimenavano come matti per fare alla svelta finché,
non conoscendo il suo vero nome, cominciano a chiamarla “La Cunilla”
(La Coniglia) per la velocità con cui quei simpatici animali fanno le loro
trombatelle.
Certo in paese la differenza si vede, vestiti nuovi, un filo di rossetto,
parrucchiera
e soprattutto passeggiate in piazza dove non s’era praticamente mai vista.
Ma la vita è strana e quando a casa si accorgono di questi facili guadagni
le mettono di fronte il resto della famiglia da sfamare e a quel punto
non è difficile capire che lavorare veloci va bene ma c’è un limite a tutto
anche se chi aspetta il pane con la bocca spalancata pare non saperlo
e quando non ne arriva abbastanza (e non è mai abbastanza) s’incazza e
gliene fa una colpa.
Ieri ero in paese e passando in piazza l’ho vista camminare incerta
lì per lì non l’ho riconosciuta, poi ho creduto di conoscerla ma non mi ricordavo
chi era,
ma alla fine ho capito che era lei, ma certo che era lei, la Cunilla!
Ho idea che in paese quasi nessuno conosca il suo vero nome,
Anna, sarebbe anche facile ma il paese si divide in classi
e la classe di Anna non prevede un nome
e per il branco di coraggiosi pecoroni di paese Cunilla è perfetto.
Oggi vive ( si fa per dire) in un ricovero
e siccome è ancora fisicamente autonoma
esce a fare piccoli servizi, a comprare questo e quello
e non manca di passare davanti a qualche bar
a chiedere per favore un bicchiere di vino
e allora tra due chiacchiere e una pacca nel sedere
qualcuno che paga lo trova sempre.
In paese di bar e d’osterie ce n’è parecchi e quando li hai girati tutti
non è facile stare in piedi e allora si siede su uno scalino
ad aspettare che la sonnolenza passi
o ad aspettare che un’anima buona l’accompagni al ricovero
dove lei non vuole che si suoni il campanello
per non far sapere che anche quel giorno ha girato parecchi bar
e allora rimane a terra sdraiata sul selciato sotto la loggia.
La Cunilla Anna è una che ha dato, ha dato soltanto
senza ricevere e anche stasera sotto quel loggiato
avvolta in un cappotto da cui non importa se si staccano i bottoni
o che si sporchi tanto non è suo, è solo di terza mano
ecco, anche quei vestiti cha ha indosso nessuno li ha dati ad Anna,
qualcuno li ha messi in una busta e li ha buttati sotto la loggia
perché era più facile che portarli nel bidone.
Sdraiata lì sotto e dentro quei panni forse Anna sogna
di essere tornata bambina a pestare scalza un pavimento di terra
quando chissà mai abbia avuto qualche sprazzo di innocente felicità.

