lunedì 8 ottobre 2012

Il mulinaccio di Morenicchia



Erano sette fratelli e stavano in una campagna sperduta,
il paese più vicino era a tre chilometri
e loro andavano e venivano dal paese perché lì c’era la bottega
e quando avevano bisogno s’incamminavano
con passo lungo e lento come fanno i contadini,
col bricco per il vino o con l’ampolla per l’olio in mano
e ogni giorno prendevano quello che gli serviva.
Stavano tutti dentro una casa che era un mulino ad acqua
e si sentiva sempre l’odore della farina;
avevano un vallato che portava l’acqua a un laghetto
e da lì scorreva dentro il mulino e faceva girare le due macine
con delle cinghie di cuoio.
Tutto era a vista, si fa per dire, perché tutto era avvolto dalla farina
e, quando il mulino era in movimento, la polvere riempiva l’aria
e creava una nebbia che non faceva vedere a un passo.
L’acqua che faceva ruotare le pale con un meccanismo da medioevo
e le cinghie a penzoloni davano l’impressione di pericolo costante,
ma loro si muovevano lì dentro come nella cucina di casa.
Io non ho mai conosciuto i loro genitori 
e quindi non so come gli fossero venuti in mente quei nomi,
che parevano usciti da una bibbia o da chissà quali altri libri.
In ordine di età si chiamavano:
Suero, Druso, Eustachia, Metodio, Gelasio, Amalia e Maria.
Solo le ultime due erano sposate e questo mi ha dato modo di pensare che
gli scapoli lo fossero per via del nome.
Gelasio faceva il sarto in paese e viveva insieme all’Amalia,
Maria era andata a stare a Gubbio col marito,
gli altri vivevano tutti lì, al mulinaccio di Morenicchia.
Io e Luciano, il figlio dell’Amalia, andavamo spesso al mulinaccio
con la sua Benelli 175 sia per prendere i granchi nel fosso
(non divulgate la voce perché è proibito) sia perché ci piaceva.
Io poi stavo sempre con Metodio che era anche il più affabile
e al quale avevo regalato una pipa
che poi seppi fumava soltanto la domenica mattina davanti alla chiesa,
perché Druso e l' Eustachia andavano alla messa
e lui e Suero li accompagnavano
per poi aspettare la fine della funzione seduti su un trave che stava lì fuori.
Allora Metodio tirava fuori la pipa buona e fumava di gusto.
Quando fumava a casa prendeva un tizzone dal camino
che era sempre acceso anche d’estate
e lo appoggiava sul fornello della pipa.
Davanti alla chiesa invece usava lo zippo vecchio di Luciano
e così si pavoneggiava come fosse il più ricco del mondo.
Un giorno arriviamo e troviamo un palo della luce in mezzo all’orto,
non c’erano ancora i fili, ma il palo di legno stava lì
bello e dritto come un fuso. Per la verità si poteva immaginare che fosse dritto 
perché in realtà Suero ci aveva appeso la ronchetta, il corno con le forbici e la cote,
il falcetto, un fascio di venchi (rami sfogliati del salice selvatico) che gli servivano per legare
e poi ci aveva inchiodato un pezzo di legno di traverso;
su ci aveva appoggiato la zappa, il rastrello e la vanga.
Non che fosse il più bel palo del mondo, ma comunque aveva un suo fascino,
insomma pareva un albero della cuccagna a rovescio.
Stava per arrivare la luce!
Subito io e Luciano fummo incaricati di fare l’impianto in casa
e in realtà ci demmo immediatamente da fare per costruirlo,
perciò restammo a casa loro una settimana
e, quando al prosciutto rimase solo l’osso, decretammo la fine dell’impianto.
Mancava solo il contatore, ma quello lo avrebbe messo l’operaio
quando sarebbe venuto ad attaccare la luce.
E il giorno arrivò, io non c’ero, ma il racconto di Metodio non può essere che veritiero.
Dunque, appena arrivati col loro camioncino,
i due operai dissero subito che tutta quella roba non poteva stare sul palo
e quindi andava tolto tutto.
Nessuno si azzardò a toccare niente
perché Suero era andato a comprare qualcosa alla bottega,
quindi si aspettò il suo ritorno in rigoroso silenzio ma così rigoroso
da creare tensione tutt’intorno
tanto che anche le oche e le galline erano sparite ( parole di Metodio).
Suero arrivò e gli operai, con gran baldanza,
gli spiegarono che il palo della luce era della società e non si poteva manomettere
Per cui tutti quegli attrezzi appesi dovevano essere tolti immediatamente
Allora Suero disse: “ Vuoi dire che tu vieni a mettere un palo sulla mia terra
e io non posso toccarlo?”
“Si”
“Allora lo porti via subito”
“Non possiamo, noi siamo addetti all’attacco della corrente,
quel lavoro lo fa un’altra squadra,
e poi ormai il palo è stato messo e non si può più togliere, avete firmato…”
“Aspetta un minuto”
Suero entra in casa e ne esce col cinturone addosso e la sua meravigliosa doppietta imbracciata,
una Bernardelli con la parte metallica incisa con fagiani e lepri,
una vera reliquia che sparò il primo colpo in aria e il secondo
centrò in pieno lo specchietto retrovisore del camioncino.
In un nanosecondo la reliquia fu ricaricata e puntata sugli operai
che in un’ intesa perfetta salirono sul mezzo e sparirono.
Nessuno si fece più vedere.
Al mulinaccio la luce elettrica non arrivò mai e la comunità
visse sempre al lume delle centilene (lampade ad acetilene)
Di tutti i fratelli e sorelle Suero fu l’ultimo a lasciare il mulinaccio
sicuro che ormai il palo non lo avrebbe toccato più nessuno
e difatti è ancora lì.

17 commenti:

  1. Un bel tipo tosto Suero, però che nomi ragazzi!!Mi hai fatto ridere, un post divertente ed armonioso, ce n'è bisogno, sia di gente come il Suero che di questi sfiziosissimi racconti. Un saluto a tutti!!

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  2. Perbacco riri!
    Sei la prima,hai fregato anche la Luigina che di solito è un fulmine!
    Grazie.

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  3. Ma io sono gentile, soprattutto con gli amici più cari che ho e che incontro volentieri qui da te, perchè mi danno sempre spunti interessanti coi loro commenti. E poi, avendo il privilegio di leggere i tuoi racconti in anteprima, ti ho già anticipato il mio pensiero. Inoltre purtroppo stamane non avevo ancora aperto il mio blog che mi segnala i nuovi post pubblicati dai miei amici.Adesso aspetto che arrivi qualche altro commento e poi sparo l'ultima cartuccia ;)

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  4. Con questo nuovo racconto, riesci, come volevi, a far conoscere la vita del paese, della campagna che ha circondato la tua vita da provinciale che, anche quando va in città, non perde quel suo amore per le cose semplici e la vede anche a distanza di anni con lo stupore di un bambino, perciò fai conoscere di te stesso più di quanto immagini oltre a farci partecipare attivamente a quello che scrivi e rievochi. Continua così:)

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  5. Mannaggia Caino Lù
    scrivi come un libro stampato
    lo so che mi vuoi bene
    e con me fai parlare il cuore.
    Grazie Lù,
    ci provo.

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    1. Che c'entra Caino porello :))) Ho solo rielaborato facendolo mio quello che mi hai scrittto ti aspettavi dalla mia "correzione" e che penso realmente di te e dei tuoi racconti.

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  6. Un originalissimo e divertente racconto che mi farà star di buonu umore tutto il giorno e credo anche più.

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  7. Quante storie e quanti personaggi speciali hai nella tua "cartucciera"! Il Suero par di vederlo: schioppo alla mano e ben piantato sulla sua terra, deciso a non arrendersi all'inevitabile.
    Bello!

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  8. Ciao Aldo
    anche tu non manchi mai!
    Grazie.


    Difendeva il suo mondo
    da un progresso di cui non sentiva la necessità.
    Ciao nì (sta per nina)

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  9. Ciao Massimo
    sei sempre gentile e condivido molte delle cose che ti ho visto scrivere.
    Sono in una fase impegnativa, a breve ho un esame, confido di essere presto più presente!
    un caro saluto!
    Sara

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  10. Ciao Massimo,
    in questo tuo racconto mi è sembrato di leggere una pagina di "Pian della Tortilla" di John Steinbeck e tradotto in italiano da Elio Vittorini anche se l'epilogo è decisamente diverso e c'è qualche altra differenza nella trama che ti voglio riportare da wikipedia: "La storia narra di sei paisanos, Danny, Pilon, Pablo, Gesù Maria, Joe Portoghese il Grande e il Pirata, cui verso la fine del libro si aggiungono Johnny Pom Pom e Tito Ralph, che vivono felici e allegri nella casa che Danny, eredita dal ritorno dalla guerra, formando così una collettività "stravagante e turbolenta" lontana dalla vita della città industriale.

    Danny però, man mano che passa il tempo, prova disgusto per la vita oziosa e libera che conduce e una sera, mentre gli amici danno una festa nella sua casa per rallegrarlo, dopo essersi ubriacato per farsi passare il cattivo umore, precipita in un burrone e muore.

    La gaia vita in comune si spezza e i paisanos, prima di dividersi per andare ognuno per la propria strada, danno fuoco alla casa di Danny, simbolo della loro amicizia.
    « Contemplarono trasognati la fiamma percorrere la carta del giornale e quasi spegnersi, riprendere vita, fiorire alta e larga... Così doveva essere, saggi amici di Danny, Il legame che vi teneva uniti ora è tagliato. Il magnete ha perso la sua virtù. Qualche estraneo, qualche smidollato parente di Danny sarebbe entrato in possesso della casa. Meglio che il sacro simbolo dell'amicizia, la calda casa delle feste, degli amori e delle rissa muoia con Danny, in un'ultima gloriosa seppur senza speranza ribellione ai numi.[1] »
    Sembra lontano dal tuo racconto, ma ti assicuro che lo spirito é molto simile per aver amato la lettura di quel romanzo fatta ripetutamente.
    Bravo!!!
    Nou

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  11. Sara, in bocca al lupo per l'esame
    e... aspetto.

    Nou,
    non conosco il libro
    ma trovo strano che uno come Elio Vittorini
    abbia tradotto uno che ha copiato da me.( :-))
    Gli ho telefonato subito ma non ha risposto nessuno,
    quando lo vedo gliene parlo.
    Ciao nou.

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  12. Ti confesso che ho fatto una gaffe da ignorante su questo autore americano dicendo " sarà anche uno dei minori scrittori" ,parlando con un insegnante, solo perché ingenuamente io non ne avevo sentito parlare , trascurato anche da chi mi ha insegnato a scuola la poca letteratura, dunque la colpa non è tutta mia ed erano altri tempi...insomma faccio fatica a dimenticarlo questo importante autore della letteratura americana anche perché mi piace il suo stile, soprattutto nella traduzione di Vittorini e per questo che l'ho citato. Sul copiare è un altro discorso. Nessuno nasce dal nulla, ma l'artista trasforma e fa suo ciò che ha visto negli altri: dunque coraggio e buona fortuna!
    Un abbraccio :)

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  13. sempre amato i mulini, non posso non fotografarli quando li vedo, hanno un certo fascino, sarà che mi ricordano Don Chisciotte, sarà che anche Sauro mi ricorda un po Don Chisciotte lui vede i mulini a vento come giganti da combattere, Suero vede il palo della luce come un valido luogo su cui appendere il propri attrezzi da lavoro, sarà che quando Suero, si sente vittima di una prevaricazione, i suoi nemici al contrario di Don Chisciotte però li fa scappare davvero! Sarà che sono uno di quei genitori che da nomi inconsueti ai figli (sperando di salvarli dal matrimonio :)))))? Ma questa storia mi piace!

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  14. perchè ho scritto Sauro? Sarà che sono dislessica?


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  15. Grazie Janas,
    ci tenevo al tuo commento.

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  16. Sono andata indietro nei tuoi recconti così ho letto questo quadretto colorito di tutti sti fratelli, un po testardi come di solito i contadini e dai nomi che sembrano greci antichi.Al prossimo, se avrò una notte senza sonno come ora.

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Ho una gran fiducia in tutti quanti ma sono stato costretto ad aggiungere un test di verifica. Abbiate pazienza.